martedì 3 luglio 2012

Le nostre interviste - LORENZO POLI



Con lui mi è successo quello che in genere capita solo coi “grandi”... con i veri “grandi”: mi preparo per alcuni giorni alla sua intervista, leggo e ascolto materiale in internet, mi informo su tutto ciò che può riguardare la sua carriera artistica, cerco di carpire informazioni sulla persona, provo a farmi un’idea del carattere, mutuata anche da un breve incontro che ci ha visto insieme ad una cena lo scorso anno, preparo una scaletta delle domande che so che verrà puntualmente stravolta in fase di dialogo... insomma, faccio più o meno quello che si fa in genere quando ci si appresta a incontrare un artista, un professionista di un dato settore, in questo caso quello musicale. E non faccio mistero anche di una buona dose di emozione e soggezione che mi è stata appresso nel breve tragitto da casa mia a casa sua. Arrivo nel suo studio e due fugaci minuti dopo, la sua gentilezza, la sua disponibilità, la sua semplicità mi hanno già fatto scordare di tutto quello che sfavilla intorno al suo curriculum, nomi illustri, stadi gremiti, Sanremo.... e mi sembra di essere a conversazione con un amico di vecchia data, con cui è tanto tempo che ho voglia di parlare, di confrontarmi, e da cui so che mi accomiaterò più ricco di quanto lo fossi prima di rivederlo. Già, e una parte di questa ricchezza la voglio donare anche a voi...

Lorenzo, quando e come nasce il tuo rapporto con la Corale e in generale col mondo del Gospel?

Ho conosciuto Francesco la prima volta in occasione di una sostituzione per un una serata. Non ricordo se a chiamarmi e a parlarmi del progetto fu Pino di Pietro piuttosto che Marco Mangelli... Ricordo che appunto c’era la necessità di un bassista e fu fatto il mio nome. Conoscevo già la Corale Valla e l’attività dei ragazzi, sebbene non avessi mai preso parte attivamente a questo genere musicale prima di allora, a parte forse qualche esperienza sporadica in contesti molto meno strutturati artisticamente, di cui tra l’altro non ricordo quasi nulla. Poi in seguito il rapporto si è consolidato e Francesco mi ha fatto ascoltare e conoscere molti pezzi e molte realtà che fanno Gospel a grandissimi livelli, oltre oceano soprattutto. Ma la possibilità di fare esperienza nel Gospel italiano, in un certo modo e con un progetto artistico e anche discografico ben definito, la devo proprio ai ragazzi della Corale.

Valla Reunion - 2010

Senti, e il tuo rapporto con la musica, più in generale, è nato grazie ad una folgorazione, ad un incontro improvviso con uno strumento, con una canzone, con un musicista... oppure si è sviluppato più gradualmente?

Mi sono avvicinato al mondo della musica in maniera graduale e assolutamente naturale, perché vengo da una famiglia di musicisti. Pensa che mia nonna è stata una pianista, era diplomata in pianoforte e in canto, era soprano, e ti dico che all’epoca, quando era giovane, non ebbe vita facile in tal senso, stiamo parlando di decenni e decenni fa... Mia mamma invece ha sviluppato la vena artistica in un senso più vasto, dedicandosi non solo alla musica ma anche alla scrittura, alla pittura, ha fatto la bambolaia, è una autrice di testi di canzoni e di racconti, insomma è un’artista poliedrica. Per cui fin da piccoli, io e mio fratello, abbiamo respirato aria di musica, grazie alla nonna che iniziò presto a insegnarci un po’ di solfeggio, e alla mamma che suonando la chitarra, ci fece venire voglia di prendere in mano uno strumento musicale. Devo dire che la conoscenza della musica dei miei genitori fece si che fin da subito, per quanto il primo approccio maturò un po’ per gioco, lo studio avvenisse in maniera corretta e seria, grazie alla scelta di validissimi maestri come Giancarlo Dalla Casa, il mio primo maestro di chitarra classica e Luigi Costa, maestro di fisarmonica per mio fratello.

E il basso, quando è entrato in gioco?

Beh, sempre grazie alla mamma, che ci ha sempre detto che un bravo musicista deve saper suonare un po’ di tutto. I dischi che si ascoltavano in casa, di ogni genere e di ogni epoca, mi fecero venire voglia di conoscere e capire tutti gli aspetti musicali di ciò che ascoltavo, tra cui il basso, uno strumento che in genere si sente meno, che rimane più lontano rispetto allo spettro della voce, nel complesso dell’esecuzione, e che di conseguenza risulta sempre un po’ più “sotto”, ad un ascolto profano”, rispetto agli altri strumenti, a meno che qualcuno non ti faccia notare la sua presenza... Poi la conoscenza e lo studio si sono via via approfonditi. Ricordo che mio fratello comprò il primo quattro piste a cassette che uscì in commercio, nel ‘78 o ‘79, e con quello registravamo le basi in casa, con la chitarra, la batteria elettronica e le tastiere, solo che mancava sempre il basso, a meno che non usassimo la chitarra scordata!!! - ride- Sicché a un certo punto decidemmo di comprare anche il basso, e quando iniziai a suonarlo, fu subito innamoramento...

1982 - una delle prime registrazioni in Studio

Dobbiamo ringraziare anche tuo fratello allora...
Per la tua musica, per il suo aspetto creativo, che cos’è fonte di ispirazione? La religione, l’amore per la vita... c’è una componente, diciamo, “ispirazionale” alla base della tua cifra artistica?

Assolutamente. Sono di carattere una persona molto credente, ho una fede molto solida, sebbene non l’abbia mai coinvolta nella mia musica e abbia cercato di tenere le due cose separate. Invece mi sono sempre adoperato per fare musica con vitalità, qualunque cosa mi sia trovato a scrivere e suonare negli anni. L’aspetto “vitale” e non statico del suonare, l’aspetto emotivo hanno sempre contraddistinto la mia ricerca musicale, l’esperienza che ho maturato. E me ne sono reso conto col passare degli anni, inizialmente era più un meccanismo spontaneo, che solo col tempo si è consolidato ed è diventato il principale obiettivo per cui faccio quello che faccio, specialmente nella fase creativa del fare musica, che è la cosa più bella, per quanto mi riguarda.

A tale proposito, tu hai lavorato con grandissimi nomi della musica, in trasmissioni televisive importanti, nell’ambito di produzioni e contesti musicale prestigiosi in cui sei stato protagonista in quanto bassista... ecco, come si può coniugare, in questo frangente musicale, l’aspetto creativo, ispirato... con quello tecnico, con la componente più squisitamente “turnistica”, che spesso non consente una profusione libera di creatività e individualismo?

Guarda, io sono sempre stato abituato a suonare con gli altri e per gli altri, per cui la mia priorità non è mai stata quella di far emergere la mia presenza, la mia individualità. E’ poi ovvio che qualunque strumento tu suoni una parte di te emerga comunque. Ciò a cui aspiro, quando suono, è suonare bene il basso nel contesto della canzone, accompagnando bene i musicisti con cui lavoro. Quello che serve, in un brano, è una linea di basso decisa, piuttosto che un bassista estroso o dotato di una personalità particolarmente evidente. Quando poi suoni con artisti che hanno alle spalle decenni di carriera e venti o trenta dischi, la tua creatività e il tuo individualismo si devono un po’ mettere da parte a favore della visione di insieme, di un linguaggio artistico già di per sé individuale e presente, che tu sei semplicemente chiamato ad accompagnare ed arricchire. La particolarità, in questo caso, non deve mai essere più importante di una bella suonata, corretta e precisa. Se posso usare un paragone un po’ machista: una donna particolare, non bellissima ma originale, può piacere come non può piacere. Una donna oggettivamente bella, piace sempre e comunque e mette d'accordo tutti... - ridiamo, lui più di me però... -
La storia del basso è molto recente: parliamo di uno strumento che ha una cinquantina d’anni di vita e che si è sviluppato in maniera strettamente correlata alla storia della canzone, al concetto di accompagnamento musicale, al percorso che fatto il Rithm'n'Blues... Per cui il suo mondo, il suo linguaggio sono molto vicini a noi contemporanei e c’è, nel musicista, ancora molta sete di conoscenza ed esplorazione dello strumento in sé, ma in rapporto alla canzone, alla melodia con cui interagisce. Quando ci si allontana troppo dalla sua componente più tradizionale, più tecnica, si rischia di apparire fuori luogo. Per carità, ho conosciuto bassisti straordinari che hanno intrapreso un percorso di ricerca molto personale e assolutamente degno di rispetto, che ha portato alla definizione di nuovi stili e ha allargato molto il linguaggio dello strumento. Strumento riguardo al quale, però, io sono più un tradizionalista.

San Remo 2011 (ma anche 2010 e 2012)

Per tornare alle grandi personalità della musica italiana con cui hai lavorato, tra cui Vasco Rossi, Ron, Enrico Ruggeri, Franco Battiato, Renato Zero... cosa ti hanno “lasciato”, di più, queste conoscenze che immagino siano state estremamente formative e pregnanti non solo sul piano artistico ma anche su quello personale?

Sono tutti artisti eccezionali. Musicalmente parlando, Ron è uno di quelli che mi ha fatto appassionare di più per via della sua straordinaria capacità di tramutare in note gli aspetti emotivi, qualità che ogni artista dovrebbe possedere e che Ron ha sviluppato in maniera particolare ed estremamente raffinata... Renato Zero... beh... è un artista immenso, di una completezza straordinaria, è in grado di far uscire arte da tutti i pori, oltre che essere un cantante eccezionale. Con Renato tra l’altro ho fatto il mio primo turno, ho avuto la mia prima esperienza importante, quando avevo vent’anni e mi sentivo uno scricciolo dinanzi a una montagna...
Vasco Rossi è un “purosangue”, un artista che si è sempre espresso con la sua musica e che ha sempre avuto la capacità di convogliare nelle canzoni le emozioni della gente, il sentire popolare... insomma, posso dire di aver preso parte a straordinari momenti di creatività artistica, di cui mi reputo un fortunato testimone.

Ecco, c’è qualcuno che nella realtà è diverso da come appare, nel bene e nel male?

Si... c’è qualcuno che predica bene e razzola male! Anche se devo riconoscere che a sbagliare sono stato spesso io, specie nel passato quando ero più giovane; sono rimasto deluso quando ho cercato qualcosa di più di una collaborazione artistica, con alcuni dei big con cui ho lavorato, e ho ricevuto molto meno, sul piano personale ed umano, di quello che mi aspettavo... ma, ripeto, sono io che a volte ho frainteso e mi sono esposto troppo nel cercare di tirare fuori non solo la musica, ma anche i sentimenti, con tutti i rischi che la cosa comporta. Non sempre la persona che hai davanti è disposta a corrispondere a questa cosa, al tentativo di far nascere un’amicizia, e questo vale per ogni ambito lavorativo e con ogni tipologia di persona con cui ti ritrovi ad interagire. E più ti esponi, più alte sono le aspettative. Col tempo ho imparato a dosare di più quello che metto sul “piatto”, al margine della componente musicale e a prescindere dalla notorietà delle persone con cui lavoro. E’ capitato e capita, a volte, che dalla collaborazione professionale nasca anche un’amicizia, ma sono consapevole che non è sempre possibile, e quindi cerco sempre di non avere un’idea a priori su come potrebbe svilupparsi un rapporto. Con Ruggeri ad esempio è nata una splendida amicizia. Enrico mi ha insegnato moltissimo sul fronte musicale e importante è stato anche l’arricchimento umano che è derivato da un rapporto che dura davvero da una vita.

E ti è mai capitato il contrario, ovvero di aver avuto un’idea negativa di una persona, piacevolmente smentita, poi, al momento della conoscenza diretta?

Certo, è capitato anche questo, a dimostrazione del fatto che non bisogna mai sviluppare preconcetti sulla scorta delle dicerie o delle voci di corridoio. Non dimentichiamoci che quando si fa musica, quando si fa arte, la posta in gioco è molto alta: metti a disposizione degli altri, condividi con altri artisti, la tua anima... da cui ciascuno ne trae qualcosa, nel bene e nel male. Quando si decide di intraprendere una collaborazione, le esperienze e le voci di qualcun' altro contano poco, perché il rapporto che ciascuno di noi è in grado di instaurare con chiunque, è personale e soggettivo, e l’esperienza che io ho avuto con un dato artista, famoso o meno, può essere diametralmente opposta rispetto a quella di qualcun altro. Quando si tratta di lavoro, e di Arte, bisogna fare affidamento solo sulla propria onestà intellettuale, e sul ventaglio di possibilità e opportunità che offre un' interazione tra professionisti, e prima ancora tra essere umani.

Stiamo parlando di un mondo estremamente complicato in cui, da quanto mi dici, si riesce a coniugare bene professionalità e amicizia ma con il giusto equilibrio tra coinvolgimento emotivo e distacco professionale...

Assolutamente. A volte si riesce, a volte no. Se tra musicisti c’è un rapporto di amicizia, perché, come nel caso dei Sottosopra, si suona insieme da più o meno gli stessi anni, si sono fatte esperienze in ambiti condivisi, si è cresciuti insieme... il fare musica ne risente in positivo e ne trae vantaggio, perché si affronta meglio la componente della fatica, del lavoro estenuante in sala prova, dei viaggi, delle attese... la convivenza tra opinioni è più libera, per cui la musica può diventare un ulteriore motivo per coltivare un rapporto umano e perpetuarlo nel tempo.

I sottosopra "2"

I musicisti tendono ad avvicinarsi, a condividere esperienze, momenti vissuti, punti di vista... è una questione di interessi comuni...

di affinità elettive ...

... esatto, se poi nasce anche un’amicizia, si crea davvero qualcosa di straordinario. La musica può giustificare, consentire la nascita di un' amicizia, ecco perché, difficoltà e sacrifici a parte, quello del musicista è un mestiere privilegiato.

Come valuti l’odierna situazione della musica italiana? Cos’è cambiato rispetto ai tuoi esordi?

Quello che noto oggigiorno, è che chi si avvicina alla musica, lo fa con l’intento prioritario di avere successo, di guadagnare notorietà... quando invece l’obiettivo principale dovrebbe essere innanzitutto quello di imparare a farla, la musica... sia che si tratti di imparare a suonare uno strumento, sia che si tratti del canto, della composizione etc. etc. Se frequenti un qualsiasi social network, noti che tutti spingono, scalpitano per la visibilità. Per carità l’ambizione è fondamentale, specialmente per i giovani, in cui si mischia agli ormoni... ma dietro la voglia di “sfondare” ci deve essere innanzitutto l’intenzione di fare bella musica, di avere in mano un disco bello e rappresentativo del proprio linguaggio e della propria Arte. Bisogna essere prima di tutto appassionati. Quello che deve succedere, se deve succedere, capita anche senza che si debba andare a bussare costantemente a tutte le porte. Forse per un cantante il discorso è leggermente diverso, nel senso che un cantante, un frontman ha più bisogno di avere un riscontro nel pubblico, un feedback da parte di chi c’è intorno, perché è il suo ruolo a richiederlo e prevederlo maggiormente... sicché per quanto concerne il canto la bravura e il talento vanno di pari passo con la capacità di comunicare, ma per un bassista, o un batterista, la voglia di apparire, di fare una figura migliore degli altri... a volte può essere inutile e anche un po’ triste. E’ inevitabile che torni indietro nel tempo e faccia paragoni con l’atteggiamento che invece contraddistingueva, nell’ingresso nel mondo della musica, i miei coetanei... A noi importava prima di tutto ricercare e proporre bei suoni, fatti bene, pensati, e il confronto con gli altri, col mondo esterno, era funzionale a questo, ad avere la conferma che si era sulla giusta strada, che si aveva raggiunto un progresso... adesso invece quello che un giovane musicista implicitamente ti dice è : “ascolta quanto sono bravo”...

la cultura dell’apparire...

proprio così, quando invece il presupposto dell’Arte è l’essere, non l’apparire. E questo oggi è ancora più essenziale, poiché la società, la diffusione dei reality, la presunta facilità di accesso al mondo dell’Arte... hanno fatto passare il concetto errato che tutti abbiamo una possibilità, che tutti siamo nel diritto di dire qualcosa e di esprimerci in campo artistico, anche senza avere alcuna qualità o talento... ecco perché ciò che si è, quello che si ha dentro e che si è coltivato con lo studio sono l’unica alternativa possibile alla mediocrità... sono l’unico strumento con cui far fronte alla cultura dell’apparenza. Non nasciamo tutti Pirandello, sarebbe bello, ma non è così. E se tu fai credere il contrario a un’intera generazione di ragazzi, poi sarà ancora più dura spiegar loro che le cose stanno diversamente, che ci siamo sbagliati e che non tutti possono essere novelli Pirandello.
Bisognerebbe lasciare la passione alla passione. Se da questa poi scaturisce la notorietà, ben venga... ma si può far musica, Arte, offrire al pubblico un mestiere, anche rimanendo nelle retrovie, senza la smania di arrivare.

E’ un po’ il concetto dei quindici minuti di notorietà, che Wahrol sosteneva potessero essere, nel futuro, appannaggio di noi tutti... il problema è che oggi la gente non si accontenta più di quindici minuti... ma vuole ben di più...
Ci si può esprimere in molti modi, in molti più modi rispetto al passato, è la forma dell’espressione che è stata sminuita nel tempo, cosa ne pensi?

Già. Ma la colpa non è di chi si esprime o vuole esprimersi in musica, in Arte. La colpa è di che ha in mano il potere, di chi fa un cattivo uso degli strumenti che consentono a un artista di esprimersi... e la cosa è deleteria nei confronti di chi magari ha più talento e più cose da dire rispetto a qualcun' altro, ma è meno capace di sgomitare. Si rischia di togliere al mondo la possibilità di scoprire un vero artista. L’arte deve essere innanzitutto una forma di espressione, punto. Non deve essere una forma di commercio, o meglio, la diffusione commerciale deve essere secondaria e subordinata rispetto all’artisticità di una persona e dei valori che esprime. I numeri sono importanti, ma non lo saranno mai di più rispetto al concetto di espressione, poiché avremo sempre bisogno di leggere libri, di ascoltare canzoni... di affidarci a chi magari condivide le nostre stesse emozioni, ma è capace o più capace di tradurle sulla carta, sul pentagramma, di fare Arte... insomma.

Ad un giovane, o a tuo figlio che ti dice “io vorrei fare musica, vorrei intraprendere lo stesso percorso che hai fatto tu”, che consiglio senti di poter offrire?

Non ho molti consigli da dare, sai? Forse suggerirei di studiare la teoria, specialmente all’inizio... però sai, l’arte è un concetto talmente soggettivo e talmente inafferrabile, che un consiglio dato sulla scorta di quella che è stata la mia esperienza personale e soggettiva, rischierebbe di bloccare o compromettere il futuro, lo sviluppo artistico di chi magari con la sua individualità è destinato a cambiare, a sconvolgere quello che c’è stato prima (esagero un po’...). Io posso parlare della mia esperienza, di quello che ho imparato dai miei errori, che può magari implicitamente far capire ad un esordiente come funzionano certi meccanismi, ma, ripeto, il percorso di ciascuno è estremamente personale.

Ma tu diresti, al giovane in questione, a tuo figlio, di proseguire per questa strada, di “buttarsi”?

Si... esattamente come hanno fatto con me i miei genitori, i miei maestri, che non mi hanno mai dato veti e mi hanno sempre lasciato libero anche di sbagliare. Io credo che il lavoro grosso che noi “grandi” dovremmo fare per insegnare qualcosa ai giovani, sia a livello culturale; a livello musicale credo che ciascuno sia il miglior insegnante di se stesso. E’ nell’ambito della mentalità e dell’approccio alle cose che chi ha più esperienza è in grado di lasciare un insegnamento. Bisogna leggere e conoscere il più possibile, per avere a disposizione quante più parole si riesca a trovare per esprimere un sentimento o un concetto... bisogna ascoltare quanta più musica possibile, conoscere e frequentare musicisti e artisti di ogni genere, ma questo va fatto anche prima di prendere in mano uno strumento. Tecnica, specie all' inizio, ma soprattutto tanta, tantissima curiosità, voglia di conoscenza.
Ecco, questo è forse l’unico vero consiglio che porta ai risultati...

Grazie

con Al Jarreau al Festival di San Remo 2012

giovedì 21 giugno 2012

Le nostre interviste - PINO DI PIETRO



Quando e come è nato il tuo rapporto artistico e personale con la Corale Valla e Francesco Mocchi?

E’ nato allorché Luigi Fiore, il mio amico batterista che per molti anni ha collaborato con me ed Enrico Ruggeri, mi ha parlato di questo progetto gospel ventilando una collaborazione. Siccome sono sempre stato affascinato dal sound, dagli arrangiamenti, dalle meravigliose e magiche voci che creano questo fantastico paesaggio sonoro, non ho esitato neanche un secondo dinnanzi alla prospettiva di una collaborazione.
Ho conosciuto Francesco Mocchi e c’è stata subito una grande intesa professionale ed umana, che ovviamente poi è sfociata in amicizia!

Che legame hai con il mondo del Gospel? Vi è solo un'implicazione artistica, musicale, o anche spirituale?

Possiamo parlare, principalmente, di un’implicazione artistico- musicale. Per quanto riguarda la spiritualità, ho intrecciato con tale concetto un rapporto molto personale, frutto di una continua ricerca che abbraccia molte filosofie.
Però trovo che il messaggio del Gospel sia l’amore universale e questa è l’unica cosa che conta, quindi se posso contribuire a regalare amore, gioia, speranza e un infinità di altre emozioni positive con la musica... sono felicissimo.

Come valuti musicalmente il Gospel della Corale, che coniuga elementi tradizionali con sonorità più specifiche di altri generi come il funk?

Mi piace molto il progetto musicale anche perché Francesco è aperto all’idea di mescolare molte sonorità apparentemente lontane dal gospel, ottenendo un suono particolare e sicuramente singolare soprattutto per quanto riguarda il panorama gospel italiano. In più adoro moltissimo il funk.


Su alcuni siti internet sei considerato un esponente della "musica cristiana". Che importanza riveste e ha rivestito le fede nella tua vita artistica?

La fede, la spiritualità, la ricerca interiore sono alla base della mia ricerca artistica e della mia musica! Trovo che soltanto lavorando interiormente si possano raggiungere alti scopi con l’arte e non solo.
Ciò che ritengo di primaria importanza nella musica, sia raggiungere il cuore degli ascoltatori, creando speranza, gioia, divertimento, inducendo alla contemplazione della bellezza della natura e dell’universo, insomma... emozionare.
Io amo gli artisti che sanno emozionare e che anche con pochissime note sono capaci di aprirmi il cuore, sono convinto che chi riesce a fare questo sia oltre la matematica musicale o l’esecuzione portata all’estreme conseguenze, solo chi è veramente capace di provare un grande amore per la musica può trasmettere attraverso di essa le emozioni che poi rimangono impresse nella trama vibrazionale che la compone.

Pianista, tastierista, compositore, arrangiatore... qual'è il ruolo in cui la tua personalità artistica si esprime meglio?

Mi piace moltissimo comporre, adoro la sensazione che provo nel farlo e le fortissime emozioni che vivo.
Ultimamente ho composto la colonna sonora del film "Poker Generation", il che si è rilevato un lavoro veramente molto impegnativo, ma stimolante e capace di  farmi capire ancora di più che amo moltissimo quest’arte.


Adoro anche arrangiare, mi piace molto poter avere la possibilità di personalizzare un brano, una composizione.
Trovo veramente meraviglioso sapere che le persone apprezzano le mie composizioni, e tale sensazione, per quanto mi riguarda, è molto più appagante dell'idea di essere apprezzato solo come interprete.
Suonare dal vivo, poi, è bellissimo, soprattutto quando hai la possibilità di suonare con grandiosi musicisti da cui è possibile imparare molto.
Certamente il "live" ha quella peculiarità che tocca marginalmente altri frangenti dell'universo musicale, ovvero l’estemporaneità, l’improvvisazione, concetti che ti fanno sentire l’energia della musica che scorre senza limiti.

Come ti sei accostato al mondo della musica?

Mi sono avvicinato alla musica da bambino, a sei anni, con la chitarra classica. Studiavo chitarra e nel frattempo anche pianoforte, perché mia sorella lo studiava ed essendo uno strumento già presente in casa, è stato facile per me iniziare ad esplorarlo.

Quali sono quelle che consideri le tappe salienti della tua avventura musicale?

Penso che ogni esperienza che ho avuto mi abbia arricchito musicalmente e umanamente. Di certo dal punto di vista musicale le tappe più importanti le ho vissute allorché ho iniziato a collaborare con artisti famosi, in tour e in studio.
Mi sono ritrovato in contesti veramente stimolanti e ho dovuto imparare velocemente molte cose, è stato molto impegnativo ma ha sicuramente sviluppato in me grandi cambiamenti.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno dato la possibilità di collaborare e di imparare moltissimo non solo musicalmente.

Hai collaborato con Ron, Enrico Ruggeri, Andrea Mirò... che cosa hanno significato questi incontri, sia sul piano professionale sia sul versante umano?

La collaborazione con questi grandi artisti è stata determinante per la mia crescita professionale, e non solo. A livello professionale queste esperienze mi hanno arricchito moltissimo, più di quanto potessi immaginare, come tastierista- programmatore, come pianista, insomma come musicista a tutto tondo.
In più ho avuto la possibilità di conoscere grandi personalità dell musica con le quali collaboro tutt’ora.
Anche l’aspetto umano è stato pregno di significato e di stimoli, dal momento in cui ho imparato molto da ciascuna di queste persone nell'ambito di un ambiente estremamente amichevole oltre che formativo.
La mia esperienza più lunga è stata quella con Enrico Ruggeri, ho fatto parte della sua band per dieci anni.
Ho praticamente vissuto in viaggio per tutti questi anni, ho conosciuto moltissime persone, ho visto moltissimi luoghi è stata una esperienza umana fondamentale.

Esiste, per un musicista, un traguardo ultimo, un punto d'arrivo?

No! Nel momento in cui pensi di essere “arrivato”... sei finito!! Ma questo vale in tutte le discipline e in tutti gli ambiti della vita.
C’è solo un costante sguardo verso vette più alte (sempre se lo vuoi). Mi piacciono le persone umili che lavorano sodo e parlano poco.
Di solito dove ci sono troppe parole sotto sotto ci sono pochi fatti...


C'è qualcosa che ancora manca alla tua lunga carriera? Qualcosa di nuovo che vorresti sperimentare?

Un mio sogno era quello di poter scrivere una colonna sonora per un film, sono riuscito a realizzarlo.
E’ stata una grande esperienza, mi sono approcciato alla cosa con grande umiltà e, non lo nascondo, anche con timore, essendo stato il primo lavoro in questo mondo molto affascinante e stimolante.
Nel momento in cui fai un lavoro di questo tipo avverti anche il peso di una grande responsabilità, perché la musica ha una funzione estremamente importante  in ambito cinematografico, segna la personalità di un film e contribuisce più di quanto si possa pensare al risultato finale del progetto. Grandi ed eccelsi compositori si sono avvicinati a questo mondo regalando stupende pagine di musica cinematografica.
Sono molte le cose che vorrei ancora fare, comunque... ciò su cui sto sperimentando e implementando il mio impegno, in un'ottica di rinnovamento costante, è la composizione.

Come valuti la situazione della musica oggi, in Italia?

Hai una domanda di riserva? Hahah
Lasciamo perdere. Diciamo che la musica l’abbiamo quasi inventata noi, eppure siamo quelli che non la sanno valorizzare e rispettare.
Questo paese è intriso di arte e secondo me dovremmo valorizzare il nostro patrimonio artistico.
Non parliamo poi delle novità.. ti porto un esempio: ho, tra i vari progetti, una band con cui faccio un genere un po’ particolare.; abbiamo spedito materiale alle varie etichette in Italia, tutte ci hanno dato risposte negative ad una lavoro giudicato "lontano" dalle produzioni nostrane; lo stesso materiale è stato poi inviato a etichette americane ed inglesi... e abbiamo avuto un’ accoglienza fantastica. Dopo anni abbiamo iniziato ad avere fans in Italia che pensavano fossimo americani!!!
Siamo esterofili su tutti i fronti, ma per quanto riguarda la nostra musica siamo conservatori.
Ovviamente sto parlando del gusto e della tendenza della "massa", non parlo dei musicisti che sperimentano strade diverse.
Qui si continua ad ascoltare lo stesso tipo di musica. Molte grosse produzioni italiane fanno lo stesso genere musicale, presentano lo stesso "prodotto" da trent'anni, con miglioramenti e grande professionalità, ma è sempre e solo la stessa "roba"...
E poi trovo scandaloso che si continuino a produrre artisti che copiano spudoratamente altri artisti stranieri. Poche idee e completamente copiate.
Si è alla ricerca del successo immediato e veloce, ma le cose migliori si costruiscono lentamente, con devozione e pazienza, non si può gettare la spugna dopo pochissimo tempo, così non si arriverà da nessuna parte.

Il più grande insegnamento, la più grande lezione che la musica ti ha lasciato?

Ho iniziato a suonare perché, essendo molto timido, era ed è il mio miglior modo per comunicare. Ho imparato molto dalla musica, che mi ha fatto gioire, piangere, sognare, in poche parole mi ha fatto e mi fa sentire vivo.
In più ho avuto grazie ad essa la possibilità di conoscere molte persone, gli strumenti e le possibilità per vincere questa mia timidezza. La musica è stata la mia più grande maestra di vita...



Grazie

mp

sabato 14 aprile 2012

NeverEndinGospel Tour 2012 - La Corale Valla per l'ASIP (Associazione Stomatizzati ed Incontinenti Pavese)

Perchè è giusto che si conoscano queste forme di associazionismo che si occupano di patologie magari meno conosciute, ma sicuramente presenti quanto gravi nella nostra comunità. Ed ecco che Piero Sacchi -  Presidente dell'A.S.I.P. - introduce la serata, svoltasi presso la Chiesa di San Lanfranco. 

Il Presidente dell'A.S.I.P. introduce la serata

La giornata del 14 Aprile è stata molto intensa per il Coro: nel pomeriggio il "Tony Guerrieri Masterclass", appuntamento di circa tre ore, in cui con il nostro fantastico Vocal Coach facciamo il punto della situazione, e studiamo per ampliare sempre più i nostri margini di miglioramento. Terminato il Masterclass, e festeggiato adeguatamente Tony (nei giorni precedenti era il suo compleanno), il coro, compatto, si è mosso alla volta di San Lanfranco.

La Corale Valla!!!!!

Di seguito la scaletta della serata:
"Glory to Your Name" (Byron Cage)
"My life is in your hands" (Kirk Franklin)
"You raise me up" (Josh Groban) - feat. Hernan Brando
"I believe I can fly" (R Kelly) - feat. Hernan Brando & Roberta Usardi
"Feel the Spirit" (Francesco Mocchi) - feat. Hernan Brando
"The Miracle of Life" (Francesco Mocchi) - feat. Hernan Brando
"Shackles" (Mary Mary) - feat. Roberta Usardi
"My desire" (Kirk Franklin)
"Oh happy day - Madness Version" (Francesco Mocchi) - feat. Hernan Brando
"Lord You are good" (Israel Houghton)
"I'm happy" (Francesco Mocchi) - feat. Hernan Brando


Hernan Brando
on stage!



Come dice Hernan, il grosso delle esibizioni del coro, e di un po' tutti i cori gospel in circolazione, si tiene nel periodo natalizio...noi stiamo cercando di cambiare le cose...da qui nasce il "NeverendinGospel Tour 2012"...ed è solo il primo anno...


Roby e Hernan
Hernan Brando e Roberta Usardi
on stage, performing "I believe I can fly"





Ed ecco Roberta che canta con Hernan "I believe I can fly"! E' bellissimo eseguire un brano e vedere che tra il pubblico c'è chi lo canta a squarciagola, e chi ascolta a cuore aperto, lasciandosi scappare qualche lacrima di commozione...sono queste le cose di un concerto che fanno la differenza; questi i pubblici che ti danno soddisfazione, indipendentemente dai numeri!

Francesco "Marton" Mocchi
w/Roland Keytar AX-Sinth


"Shackles"!
"Feel the Spirit"
"Nel lontano 2007............"

Il pubblico di San Lanfranco
See you Soon...

venerdì 23 marzo 2012

Le nostre interviste - DARIO TANGHETTI

Dario Tanghetti



Percussionista, batterista, musicista, showman, musicofilo... e chi più ne ha più ne metta!!! Dario Tanghetti è un vero e proprio vulcano di energia e musica pronto ad esplodere ogniqualvolta un palco lo chiami a sè. In una rara pausa della sua serratissima agenda, capace di far passare il segretario della Nazioni Unite per disoccupato, ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con questo spumeggiante esponente della musica contemporanea, da molti anni un caro amico,  del sottoscritto, come del resto della Corale tutta. Ecco cosa ci siamo detti un pomeriggio di qualche giorno fa, insolitamente caldo per il periodo, insolitamente di riposo per Dario! 

Come è nato il tuo rapporto con la musica? E' iniziato fin da subito grazie alle percussioni, o ti sei avvicinato a questo mondo attraverso un altro strumento?

Il mio rapporto con la musica è nato grazie a mia mamma, una pianista di professione in attivo sin dagli anni sessanta, e che si è esibita in tutta Europa. All'epoca  faceva parte di una cover band  chiamata "I Sorci Verdi" ... - ride - ed è stata lei a "introdurmi" nel mondo della musica, già quando avevo cinque o sei anni,  attraverso l'ascolto di artisti come Michael Jackson, Stevie Wonder, Al Jarreu... Il primo strumento che ho suonato è stato il pianoforte, poi mi sono avvicinato alla batteria, ed infine alle percussioni, prima le percussioni latine (afro-cubane) e poi le percussioni egiziane. Pensa che alcuni anni fa ho avuto la possibilità di suonare durante una cerimonia in onore di Moubarak, ex presidente egiziano, e in questa occasione ho scoperto un genere, un "tradizione" percussiva nuova, che ho poi scelto di esplorare meglio. 

Ci sono molte differenze tra i vari "tipi" di percussione?

Assolutamente. Ogni tipo di percussione prevede una tecnica specifica, un linguaggio differente, che si appoggia a tradizioni culturali e musicali distinte. La percussione latina si esprime al meglio nella musica latinoamericana (salsa, merengue...). Quella balcanica, che tra l'altro ha conosciuto la mia attenzione e il mio studio negli ultimi anni, prevede colori e ritmi diversi, analoga peculiarità, analoga originalità è prevista dalla percussione orientale... E' difficile che un percussionista sappia dedicarsi con uguale efficacia  a tutte le tradizioni esistenti, è normale che col tempo ci si debba specializzare in una direzione specifica anche se, come nel mio caso, l'amore per la musica ti porta ad interessarti ad uno strumento a tutto tondo...

E qual'è la tradizione in cui ti senti più a tuo agio, in cui ti sei specializzato di più?

La percussione in cui mi sono specializzato di più è quella delle Congas, suonate però in maniera un po' particolare, ovvero attraverso il colore e il ritmo del Funk...genere in cui adoro esprimermi grazie alla percussioni. Anche la tecnica che ho applicato al funk è originale, sono persino arrivato a utilizzare la chitarra in maniera percussiva, appoggiandola sulle gambe e suonandola come se fosse una percussione, con una resa sonora e ritmica davvero inedita. Alcuni brani suonati con questa tecnica sono finiti nella colonna sonora  del film "Il cosmo sul comò", di Aldo Giovanni e Giacomo. Certe sonorità rese attraverso questo modo di "percuotere" la chitarra accompagnano alcune scene del film, e la cosa mi rende particolarmente orgoglioso. Con questo tipo di percussione ho anche registrato alcuni dischi.

Quindi la tua tradizione di appartenenza è quella latina, cubana?

Esatto, anche se in realtà la percussione, il ritmo percussivo nasce in Africa e si sposta solo successivamente in Sud America, un continente che mi piacerebbe conoscere e esplorare anche fisicamente, non solo musicalmente...

Ti è mai capitato di accompagnare tua mamma in concerto?

Si è capitato. Ricordo una serata in cui abbiamo suonato solo cover, io alle percussioni e lei al pianoforte. E' stata davvero una delle più belle occasioni musicali della mia vita...

Qual'è l'insegnamento più importante che ti ha trasmesso tua mamma, a livello musicale?

Il concetto più importante su cui mia mamma ha sempre insistito, sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista umano, è quello dell'umiltà. Il complimento più piccolo, più timido, l'ultima considerazione dell'ultimo spettatore all'ultimo minuto della serata ti deve gratificare e ripagare più di qualsiasi compenso monetario, che per carità è fondamentale per un professionista. Però l'essere avvicinati da chi ti dice " stasera mi hai emozionato...mi hai trasmesso qualcosa" ripaga di qualsiasi sforzo, e ti infonde sensazioni che difficilmente il denaro è in grado di  offrire, e solo con l'umiltà puoi capire ed apprezzare questo genere di cose, questo genere di "ricompensa"...

E' stata molto critica tua mamma, nel percorso che hai intrapreso? Lo è anche attualmente?

Si, è stata ed è molto critica, è una persona coerente con le sue opinioni, per cui non manca mai di farmi conoscere il suo punto di vista, le sue considerazioni, così come non sono mai  mancati da parte sua anche i complimenti e le gratificazioni per ciò che ho fatto. E' una persona molto schietta, nel bene e nel male, ed è una delle persone più presenti nella mia vita, a livello di confronto musicale. Adesso però basta parlare di mia mamma se no passo per un mammone!!!! - grossa e grassa risata di coppia -

Beh, avere una mamma musicista credo che sia una fortuna, un privilegio...dato che in genere una mamma non sempre è in grado di parlare lo stesso linguaggio di un figlio...

Assolutamente, mia mamma mi ha sempre dato la possibilità di esprimermi...

Senti, ti sei fermato alle percussioni, oppure c'è un altro strumento a cui ti stai dedicando?

Attualmente sto suonando molto la batteria, uno strumento che ho recuperato dal mio passato musicale e che sto riproponendo in diverse situazioni. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di suonare con Beppe Dettori, un grandissimo cantante e musicista sardo, col quale suonavo batteria e percussioni insieme, e questa sorta di fusion ritmica che ho esplorato allora, mi ha accompagnato anche successivamente. 
Suono spesso con Capitan Ventosa (Luca Cassol) e la sua ventosa band, con cui facciamo serata in molti locali di Milano e con cui ho suonato a “Striscia la Domenica”, dove con Enzo Iacchetti ho recitato in alcune “gag” suonando la batteria... insomma, cerco costantemente di esprimermi su entrambi i fronti...


E dal punto di vista musicale, ti piacerebbe dedicarti ad altri frangenti, come quello della produzione, dell'arrangiamento... magari parallelamente all'aspetto strumentale?

Beh si. Con il mio amico Hernan Brando, e con Pino di Pietro, abbiamo creato il progetto Hotel Buenavida, prodotto dal mitico dj Joe T. Vannelli. Abbiamo suonato un disco latin in cui le ritmiche e i colori tipici della sonorità latinoamericana si sono cimentate con un sound più moderno, più glamour, che strizza l'occhio alla musica lounge, e questa è stata l'occasione di esprimermi anche come arrangiatore, come “creatore” di un sound, non solo come musicista. E l'ottimo riscontro di pubblico e radiofonico che abbiamo ottenuto, e che ha portato alcuni brani a fare parte di importanti compilations, come quella del Chiambretti Night, della Capannina, del Billionaire, mi ha spinto a volermi cimentare sempre di più con la fase creativa e produttiva di ciò che suono.
La musica per me è una soddisfazione sempre crescente, sempre in grado di offrire possibilità espressive nuove, sia che si suoni dal vivo, anche in contesti illustri come quello delle sfilate per la settimana della moda a cui abbiamo partecipato con gli Hotel Buenavida, sia che si lavori e si crei in studio.
Tutti i brani di questo progetto, che sono sostanzialmente cover, a parte due brani inediti, sono stati completamente riarrangiati, ridefiniti proprio nella fase di studio, in cui l'apporto e il gusto musicale di ciascuno, del percussionista, del cantante, come del resto del produttore musicale, hanno concorso a creare un “abito” musicale intorno a brani la cui semplice esecuzione tecnica, la cui semplice riproposta, non ne avrebbe fatto il successo che sta riscontrando. Ecco perché l'aspetto creativo è fondamentale in ciò che facciamo, anche se nasciamo principalmente come musicisti, come strumentisti.

Quanto conta nel tuo mestiere l'aspetto tecnico/strumentale, e quanto invece influiscono il gusto e il background musicale?

Sono fondamentali entrambi. La tecnica è l'abc di uno strumento, ma sono l'estro e la personalità a fare la differenza. Noi Italiani, che non abbiamo una tradizione percussiva importante alle spalle, abbiamo a disposizione diversi mondi, diverse tradizioni, di cui abbiamo parlato prima, e da cui ciascun musicista può attingere per prendere le caratteristiche e le sonorità che possono fare del proprio sound, un sound originale, personale. Quando suono in un disco, cerco sempre di mantenere e proporre il mio sound, il mio modo di suonare, che ho formato attraverso lo studio delle varie tradizioni e il gusto personale, che mi ha spinto, di ciascuna di esse, ad apprezzare, trarre e fare “mie” le caratteristiche che più sentivo vicine al mio mondo, al mio estro.

Ma si arriva mai ad un punto in cui si smette di studiare, di esplorare, e ci si può sentire “pronti”?

No, assolutamente. La tecnica e il repertorio vanno coltivati costantemente, se si vuole continuare ad esprimersi in maniera soddisfacente, specialmente nei lavori in studio, in cui il gusto e l'apporto personali sono fondamentali, ma in cui è altrettanto fondamentale la tecnica, che è d'obbligo se si vuole rispettare lo standard di precisione, di “timing” che la fase della registrazione prevede. E la tecnica deve sempre essere allenata. E' ovvio che una persona ci nasca con il groove, con il ritmo dentro, con la musicalità...però è con lo studio che tale talento si affina e può “uscire” al meglio...

E in Italia che spazio è dato alla percussione?

Ben poco...ben poco. E' ovvio che non ci si possa aspettare la stessa importanza che il mio strumento riveste nella tradizione latina, nei paesi del Sud America o a Cuba, però credo che anche in una tradizione musicale nostrana, la percussione meriterebbe più spazio, anche in generi inconsueti, perché è in grado di infondere sonorità e colori davvero particolari, è in grado di arricchire ulteriormente un sound che magari già di per sé è bello e interessante. Altri strumenti, per quanto belli e più conformi alla nostra tradizione, di fronte alla medesima “sfida” musicale, creerebbero magari un sound più corretto, più preciso...ma più piatto.

Quindi questa “latitanza” delle percussioni nella nostra tradizione musicale è il risultato di un determinato sviluppo culturale-musicale?

In linea di massima sì. Anche se ci sono artisti che hanno sempre coinvolto la percussione in un ambito sonoro in cui apparentemente essa non è indispensabile, come ad esempio Jovanotti, che ha sempre usato in maniera massiccia le percussioni e che ha avuto un grandissimo successo con un sound moderno, italiano ma “percussivo”. Anche un normalissimo e consueto pezzo pop, non necessariamente legato a una tradizione percussiva illustre come può essere quella latina, con la presenza anche solo di un semplice shaker, acquista a mio avviso una marcia in più.

Deduco quindi che la tua esperienza con la Corale Valla, con il gospel, specie in ambito sonoro, abbia dato credito ampiamente a questa tua posizione...ne parliamo?

La mia collaborazione è nata dall'amicizia con Francesco, il quale voleva introdurre la percussione nel sound gospel, nei dischi della Corale, nei suoi live, nella musica da lui creata e che a tale proposito mi ha coinvolto. Ricordo una sera in cui in macchina ascoltavamo brani gospel e nei quali ci si immaginava la presenza delle percussioni, e ci si diceva quanto quel sound ne sarebbe “uscito” migliorato. Da qui è nato il nostro rapporto musicale e soprattutto una rinnovata amicizia che ci porta a lavorare insieme ormai da parecchi anni.


Tu come vedi questo tipo di gospel contemporaneo, che strizza l'occhio al Funk?

Lo vedo come una cosa che mancava. Un fatto inedito ed estremamente moderno, dal punto di vista musicale, che ha decretato il successo dei dischi e dell'esperienza della Corale. Francesco ha cercato di contaminare, di sperimentare, non ha mai esitato ad esprimere la sua creatività, e questo si sente, nel sound creato, nella tipologia dei brani e dei live... creatività che ha reso la mia esperienza con i ragazzi un banco di sperimentazione costante, oltre che una bella occasione dal punto di vista umano.

Tu ti reputi una persona creativa?

Decisamente, sia sul piano musicale sia su quello umano. E' con la creatività che ci si spinge sempre oltre, che non ci si accontenta mai di quello che si ha o che si è fatto. E' creando, “osando” che si ottengono i risultati migliori. Facendo sempre le solite cose, rispettando sempre le convenzioni, le regole, le tradizioni...si finisce con l'annoiarsi. Invece le persone creative, nella vita come nell'arte, sono quelle che si divertono di più.

Tornando al gospel, che è tradizionalmente l'espressone musicale di una fede, tu che rapporto hai con Dio, con la fede?

Mi reputo una persona di fede, a mio modo. La figura di Gesù, in particolar modo, ha avuto molta importanza nella mia vita, per via della sua esperienza umana, storica, del suo straordinario insegnamento esistenziale, forse filosofico, più che per tutto quello che è legato all'aspetto religioso più stretto. La fede di ciascuno, espressa come ciascuno crede e ritiene più opportuno, è fondamentale in una società come la nostra, che specialmente di questi tempi si trova ad essere particolarmente messa alla prova. Avere fede, avere una fede, anche solo in noi stessi, è fondamentale per andare avanti in una realtà sempre più arida, sempre meno attenta alle belle cose della vita, come la musica, come lo stare insieme ad un amico per fare o anche solo ascoltare musica... e le nuove generazioni risentono molto di questa deriva, di questo impoverimento della fede, ed è magari la mancanza di fiducia nella musica, nel talento, nella possibilità di fare qualcosa nella vita, a spingere i nuovi giovani a fare sempre meno e a lottare sempre meno per cambiare le cose. Ecco, è la mancanza di fede e di fiducia nella vita la causa principale, a mio avviso, della crisi non solo economica ma anche umana che interessa oggi il Mondo.


Tu come giudichi il modo di fare musica in Italia, oggi?

In Italia purtroppo, nella musica come nel resto, è più importante l'apparenza della sostanza. Nei reality musicali, ad esempio, spopolano i “bellocci”, quelli che possono arrivare alle ragazzine, e ai quali non è richiesta la presenza di un talento particolare, di una eccezionalità. In realtà l'arte richiede ben altro, richiede fatica, richiede studio e applicazione, richiede una gavetta lunga parecchi anni, richiede sacrificio, concetto che alle nuove generazioni sta un po' stretto. Si ritiene che basti sapersi presentare nel modo giusto, con gli agganci giusti, per avere una carriera assicurata, un angolo di questo mondo. E la cosa è alquanto triste, e spero francamente che la situazione possa cambiare al più presto, con un ritorno alle piccole cose, alla qualità e al gusto del “fare musica” in maniera creativa e innovativa sul piano tecnico, ma in modo tradizionale sul piano “umano”, senza più questa attenzione esasperata alla superficialità, all'esteriorità delle cose, ricercata a discapito della vera sostanza.

Hai mai insegnato? Che rapporto hai con questo aspetto della musica?

Si ho insegnato, qualche anno fa. Ho poi preferito concentrarmi su altro, sull'aspetto live, sulla ricerca della tecnica, del suono. Ciascun musicista ha il proprio rapporto con la musica e con le sue molteplici sfaccettature - l'insegnamento è una di queste - e ciascuno finisce col prediligerne e seguirne una o talune in particolare, è inevitabile fare una scelta. Sicché anche se per il futuro non escludo niente, per ora preferisco dedicarmi solo alla musica suonata, creata.

Come vedi l'approccio alla musica nelle nuove generazioni?

Di questo ho un'idea piuttosto negativa... per quello che si ascolta in radio, nei club, che è poi lo specchio del gusto del pubblico, specialmente del pubblico giovane che compra e fruisce musica in modo massiccio. Non mi piace parecchia della musica che si fa e che si propone oggigiorno. La musica “vera” non si ascolta più. Può sembrare eccessivo, però per me la musica di qualità, la musica suonata e fatta con gusto è finita parecchio tempo fa, forse addirittura negli anni ottanta, e oggi sopravvive sotto forma di rarità. Forse perché sostanzialmente è cambiato il modo di ascoltare, di ricercare la musica. La si ascolta in macchina mentre si fa o si pensa ad altro, la si vuole come semplice sottofondo, come accompagnamento, e abbiamo disimparato ad ascoltarla e apprezzarla nella sua essenza. C'è sempre meno conoscenza, sempre meno ricerca della qualità, da parte della nuova generazione, e il mercato si è adeguato “abbassando” l'offerta al tipo di richiesta...

Questo vuol dire che non nascono più nuovi talenti...

No, di talenti ne nascono, ma stentano a potersi esprimere, ad avere un'opportunità, perché c'è sempre meno spazio, sono sempre meno le condizioni necessarie affinché il talento arrivi all'ascoltatore, e possa magari anche influenzarne ed educarne l'ascolto.

E quindi quale deve essere l'atteggiamento corretto per sopravvivere oggi in questo ambiente?

Bisogna cercare sempre di divertirsi, di andare avanti col sorriso, adeguandosi magari alle situazioni, al tipo di pubblico e di ascolto con cui ci si trova ad avere a che fare, ma senza perdere mai di vista la propria qualità, il rispetto per uno strumento, per un percorso che si è fatto. Ho sempre suonato pensando innanzitutto alla musica, a trasmettere un'emozione, prima ancora che al denaro percepito a fine serata o al contesto. Anche con poco, suonando in situazioni non sempre edificanti, si può comunque fare musica con coscienza, con dignità, mostrando alle nuove generazioni che è ancora possibile fare e proporre musica di qualità.

Qual'è il più grande insegnamento che ti ha dato la musica?

La presenza stessa della musica, è stato il suo più grande insegnamento. Anche nelle situazioni più difficili e pesanti, la musica fa parte di te, è in grado di far uscire le tue emozioni, le più belle come le più terribili. La musica è stata ed è una formidabile maniera per andare avanti e per non arrendersi mai alla tristezza e alle difficoltà. Questa consapevolezza, questa fiducia, è stata per me la più grande lezione che la musica mi ha impartito.

Qual'è il tuo obiettivo più grande?

Portare la mia musica a quante più persone possibili. Trasmettere a chi ascolta, il mio modo di intendere e concepire la musica, gli strumenti, le modalità espressive a cui mi dedico da più di diciotto anni. Continuare a suonare, con soddisfazione e gratificazione, ma sempre di più e davanti a sempre più pubblico.



matteo picco

martedì 20 marzo 2012

NeverEndinGospel Tour 2012 - VOLONTARI - Solstizio di Primavera


...e rieccoci in Provincia di Milano per il secondo appuntamento del Format ideato da Davide Cavalieri "VOLONTARI". Ci siamo affezionati a questa iniziativa promossa da Davide Cavalieri, Claudia Ciotti (Responsabile dell'U.D.A. - Ufficio Diritti Animali) e Massimo Turci (Presidente del Gruppo Consiliare del Popolo delle Libertà alla Provincia di Milano). Organizzare le forme associazionistiche che si occupano dei diritti degli animali in un network, e condividere le esperienze e le iniziative di ciascuno di questi gruppi è un primo step per dare forma ad un movimento reale, tangibile e funzionale.
Qui potete leggere il resoconto scritto dallo stesso Davide Cavalieri su questa seconda puntata.

Per quanto ci riguarda, questa volta abbiamo dovuto fronteggiare diverse emergenze: Hernan tornato nella sua Buenos Aires in visita ai suoi affetti famigliari, e quindi non disponibile, sarebbe dovuto essere sostituito da Claudia, la quale però è impegnata, proprio dal 20 marzo nelle prove di una trasmissione televisiva in prima serata su Canale 5...quindi, ci rivolgiamo a Stefania, che dichiara la sua disponibilità ad aderire a questa iniziativa di volontariato, preventivando un viaggetto andata e ritorno in giornata da Bologna, dove ora risiede...peccato che i malanni di stagione sono sempre dietro l'angolo, e domenica notte, ricevo una telefonata da Stefy stessa in alfabeto Morse...totalmente afona...alla fine, risolviamo l'emergenza grazie a Elodea, al secolo Elisabetta Coiro, che già collabora con il Coro da qualche anno, la quale, immersa nelle sue produzioni discografiche e nella realizzazione del nuovo Video Clip, trova il tempo e il cuore di rendersi disponibile ad imparare i brani che abbiamo preparato per questo appuntamento, e per cantarli alla grande on stage.
Grazie, Betty!


Ed eccoci, on stage, sempre in formazione minimale, mentre eseguiamo i brani scelti per questa secondo appuntamento:

"I believe I can fly" (©R Kelly)
"Like a Prayer" (©Madonna)
"Shackles" (©Mary Mary)
"Oh happy day - Madness Version 2007" (©Francesco Mocchi)

Al solito è stato un bellissimo appuntamento, ricco di spunti e di notizie tanto interessanti quanto agghiaccianti: la crudeltà dell'uomo nei confronti degli animali sembra non avere confini, ma a partire da questo nuovo network che sta nascendo, sicuramente si potrà fare qualcosa di più!

La Corale Valla c'è!