sabato 8 ottobre 2011

Jam Burrasca - Blues House

...e fu così che veniamo invitati ad esibirci nel contesto di una manifestazione arrivata ad un certo tot di edizioni in quel di Milano presso un locale per musica dal vivo (uno dei pochi rimasti, ad onor suo) che si chiama Blues House, in Via Sant'Uguzzone 26...strada che esiste solo per il 50 per cento dei navigatori satellitari (probabilmente era un presagio).

C'è sempre una storia alle spalle di qualsiasi esibizione della Corale Valla. 

E la storia nasce dalla mia volontà di inserire "Soleado", nella versione con testo in inglese, "When a Child is Born" nel repertorio natalizio della Corale. Conoscendo l'Autore, lo contatto, per dirglielo e chiedergli una informale autorizzazione a riarrangiare il brano, per poterlo eseguire live nei concerti.  
L'Autore rilancia e mi dice che sta per nascere un nuovo progetto attorno alla formazione originale che portò al successo il brano negli anni 70; invita la Corale alla Jam Burrasca del 7 ottobre (ieri n.d.r.), chiedendomi di impostare l'arrangiamento mio per il brano, che poi l'avrebbe "passato" ai musicisti del gruppo, per eseguirlo in quella occasione.

Arrangiamento scritto, il coro impara in due prove due brani (anche un altro brano in italiano sempre della stessa formazione), stampate parti, fatte sequenze....tutto il possibile...e anche di più...e poi arriviamo al 6 ottobre.

Ed è a questo punto che cominciano ad aggirarsi i primi nefasti presagi, che elenco in modo sintetico, perché questo post, lungi dal voler scatenare una polemica, lo sto scrivendo per far sì che chi lo legga capisca COME NON DEVE ESSERE TRATTATO UN ARTISTA!

6 ottobre, ore 16:00.
Mi viene detto di contattare Franco Malgioglio, organizzatore della "Serata benefica a favore di EMERGENCY", il quale dopo una premessa di circa un quarto d'ora, in cui spiega a me, dottore commercialista, i problemi fiscali che nascono in SIAE, se ci sono troppi "non paganti"...chissà perché sapevo dove volesse andare a parare, ma l'ho lasciato parlare...succo del discorso: dovete pagarvi gli ingressi, se volete entrare perché io ho già da dare i pass agli accompagnatori degli altri e ai traduttori degli ospiti internazionali....(ehm n.d.r.)...però vi do lo stesso i pass da "Artisti"...
Non siamo Gli Harlem Gospel Singers, non siamo gli U2, non siamo neppure i Camaleonti (per citare un gruppo presente alla Jam Burrasca del 7 ottobre - e veramente sembrava non fosse passato neppure un mese dall'ultima volta che li ho sentiti a "Una rotonda sul mare" - n.d.r.), ma....scusami....lasciamo perdere il lavoro che c'è alle spalle di questa serata (vedi sopra), ma da quando in qua un artista paga per esibirsi? Ma siamo impazziti???? 

Qui ho dovuto fare una scelta...mandare a quel paese quella mandria di cariatidi e vanificare due settimane di scrittura di partiture, preparazione di un coro di venti e più  persone, prolungando sempre le prove di un'ora, per poter presentare tutto al meglio...oppure fare il SIGNORE, dire "Va bene non c'è problema!",  e metterli di tasca mia? Ho optato per la seconda...non me ne vogliano i lettori, che staranno facendosi il segno della croce leggendo questa frase. Aggiungiamo pure un detto popolare molto banale a tal proposito del genere: "Del senno di poi è pieno il mondo"

6 ottobre, ore 19:45.
Chiamo il locale per parlare con il fonico, dicendogli che, per agevolare il suo lavoro, ed avere un po' più di sicurezza che uscissero le voci del coro, avrei portato il mio mixer 32 canali, e i microfoni, mandandogli un left&right, al suo, in modo che non avesse sbatti.
Va bene, mi dice, ma arrivate presto, perché ci sono gli altri che fanno i suoni....

...ok, appuntamento alle 18:00 alla Blues House.

7 ottobre, ore 14:00.
Mi chiama il leader del gruppo che accompagniamo con il coro, dicendomi di levare le chitarre distorte dalle sequenze, perché altrimenti non riescono a seguirle...(ecchecazzo, se c'hai il batterista che non mette le cuffie e il tuo click è il charlie, ce credo...). No problem, tolgo le sequenze...

7 ottobre, ore 14:45.
"Scusa se ti richiamo, ma per le sequenze come ti sei organizzato?"
"Ah, è vero...non lo so, bisognerà parlare con il fonico, o con qualcuno...ci pensi tu?"
"Va bene...tanto poi proviamo, no? Facciamo il sound check..."
"No, io arrivo per le 21:30 se tutto va bene e anche gli altri...."

-.-'

Lascio a voi immaginare, alternativamente chi sono gli interlocutori.

7 ottobre, ore 16:30
18 microfoni, 18 aste, mixer 32 canali, borsone con cavi, borsone con materiale elettrico, stand vari, Keytar con jack radio...iPad con basi, Cd con basi, chiavetta con basi, cartucciera con basi (odio gli imprevisti e aveva capito che tirava una brutta aria). Due automobili per portare il tutto e partenza alla volta di Via Sant'Uguzzone 26...tempo di percorrenza 1 ora e 45 minuti...traffico milanese di venerdì alle 17:00...

7 ottobre, ore 18:15
Arrivo alla Blues House
Entriamo dal carico scarico merci.
"NO MA SCUSATE MA VOI CHI SIETE, PERCHE' SIETE ENTRATI DI LI'?"
"Buona sera, eh...noi siamo il coro gospel..."
"E QUINDI?"
"..."
"NO, SPIEGATEMI COSA VORRESTE FARE QUI!?!"
"(Ciccio, capisco che la tua vita probabilmente è un disastro, ma non addossarci le responsabilità dei tuoi drammi psichici)"
"DOVE VI METTO IO, DOVE VI METTO? CAZZO, QUESTE COSE SONO DA SAPERE PRIMA..."
"Mi scusi dico io (celandomi dietro la mia migliore faccia da personaggio accondiscendente), ma ho anche parlato con il vostro fonico, e comunque sono due settimane che si sa che ci saremmo stati..."
"STAI QUI CHE VADO A CHIAMARE IL MIO SOCIO"

[...]

Non voglio tediare i lettori con il resto delle interminabili ed inutili parole scaturite da questo colloquio, ma dopo circa 20 minuti di inutili ed incontestati bla bla sulle esigenze del locale e della serata, nonché essermi sorbito una digressione sui massimi sistemi, ci danno un angolino (da dove passavano tutti per depositare strumenti, appoggiare parti del corpo in ordine casuale, o semplicemente posizionarsi per intralciare il passaggio), in cui montare la nostra attrezzatura, con già i cavi per le mandate del mixer (Santo Fonico)...al che, penso di dire:
"Ma allora lo sapevate che saremmo venuti se ci sono i cavi già pronti"
Dall'altra parte il silenzio.....

7 ottobre, ore 19:30
Finito di montare l'impianto, i responsabili del locale ci forniscono nastro adesivo e penna per marcare i microfoni che non possono stare lì, e guardando di sbieco i monitor, che ci siamo portati da casa, ci dicono che non possiamo posizionarli perché intralciano...fai un po' te...sono 20 cantanti con 10 microfoni (inizialmente ne potevamo montare solo 7, poi c'è stata un trattativa serrata, per portarli a 10), non ci lasci mettere manco un monitor....
"NO, VI SENTITE DAL PALCO"

7 ottobre, ore 20:00
Sound check...ringrazio pubblicamente il fonico...SEI UN GRANDE!
Ci ha messi a nostro agio e ci ha permesso di fare il sound check con calma e per bene...peccato che l'abbiamo fatto da soli, perché i musicisti arrivavano alle 21:30........vabbè......tanto a che serve il soundcheck, con venti coristi, un cantante, una ritmica, una sezione fiati e un percussionista che ride?...

7 ottobre, ore 20:30
PIADINEEEEEEEEEE!!!!!! Il momento più bello della serata.

7 ottobre, ore 21:30
Rientro nel locale, e mi viene ricordato dal signor Malgioglio, che ci ha dato i pass, ma devo pagare 20 ingressi....................................................e 160 euro volano via...anche se, magnanimamente alla cassa mi offrono ben 3, dico 3 free drink...lascio immaginare al lettore in che parte anatomica di colui che me li ha dati come se si trattasse di oro bianco, avrei voluto inserirli.

7 ottobre, ore 22:00
Raccolti fuori dal locale, il coro conosce le persone con cui canterà più tardi...e, lecitamente qualcuno del coro, pur non essendo un musicista mi chiede...ma scusa...i suoni? Si sa...sono abituati ad assistere ad interminabili sound check ai nostri concerti...e  volte neppure bastano...quindi non farli lascia un po' straniti...

7 ottobre, ore 22:45
Dopo esserci sorbiti i deliri di una cariatide che vive di ricordi e soffre di logorrea fulminante, adorata da una folta schiera di over 60, ci posizioniamo, dopo aver discusso animatamente con il pubblico, che si è dovuto arretrare di un metro e mezzo, per permetterci di piazzare i microfoni per il coro...già mi chiedevo con 300 persone presenti, cosa cambiasse per l'organizzatore dell'evento darci i 20 pass gratuiti...e soprattutto visto che EMERGENCY, a cui la sera avrebbe dovuto essere devoluta, era presente con uno stand FUORI DAL LOCALE....

...e ora comincia il delirio...non voglio scendere nel particolare, perché le premesse di cui sopra sarebbero sufficienti a stroncare anche un musicista che suona - nei metrò - un clarinetto tenuto insieme con della corda da fieno...ma:
- il solista non aveva un microfono, perché se l'erano presi i fiati...su un palco 5 x 3 con 4 fiati in un ambiente chiuso, cosa li vuoi i microfoni a fare...bisognerebbe rieducare certi musicisti: STEP 1) FAI LE NOTE CHE LEGGI; STEP 2) VAI A TEMPO; 3) FORSE TI DO UN MICROFONO, MA LE PRIME VOLTE SAR' IRRIMEDIABILMENTE SPENTO.
- al solista è stato dato un radio, che si usava per parlare, non equalizzato e non in spia.
- ah, l'avessero presentato...magari nome e cognome...
- il coro - pur sapendo che i miei ragazzi sono in grado di farsi sentire anche in mezzo ad un cantiere - era inesistente...anche perché, senza soundcheck, te voglio vedè, a far uscire le voci...
- [omissisis]

Posso ANCHE soprassedere su aspetti emozionali, emotivi, limiti di qualsiasi genere, artistico ed umano, ma non posso permettere che il mio coro perda del tempo così...non mi va di vedere le persone che collaborano con me con le lacrime agli occhi, per la stizza e la rabbia, perché veniamo trattati come degli accessori che sono lì per caso...no, no, no, no!

Voglio essere sempre il responsabile di quello che mi succede attorno, e non spettatore impotente davanti a mancanze altrui, sulle quali non posso intervenire.

Detto questo...ora e per sempre...noi, la Corale Universitaria Lorenzo Valla, andiamo e andremo a cantare anche gratis (non pagando noi, questo sia chiaro), per fare beneficenza, per aiutare chi ha bisogno, e siamo in grado di stringerci anche in uno sgabuzzino, nelle condizioni più disagiate...ma questo non vuole dire che.....................................................lascio al lettore le conclusioni.






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martedì 28 giugno 2011

Le nostre interviste: STEFANIA MARTIN

Stefania Martin


Ricordo che una sera di questo inverno, dopo averla ammirata incedere lenta e sinuosa dal lato del palco,verso il microfono che per il resto della serata l'avrebbe vista indiscussa protagonista del teatro, le dissi: "sembri la Bellucci del canto...”. Al che lei rise schernita e sorniona. Beh, basta fare attenzione alla sua voce calda e virtuosa, alla sua sobria eleganza ed al suo fascio innato per condividere e sottoscrivere appieno un simile paragone.

Come nasce la collaborazione con la Corale Lorenzo Valla? 

Ho lavorato insieme ad Hernan Brando, Claudia D'Ulisse e Tony Guerrieri con la OMNIA SYMPHONY ORCHESTRA diretta dal Maestro Bruno Santori. Francesco Mocchi, direttore della Corale Lorenzo Valla, che aveva già come cantanti solisti tutti loro, ha pensato bene di riunire il magico quartetto dei vocalist chiamando anche la sottoscritta. 


E' la tua prima esperienza in ambito corale? 

No. La prima volta che ho cantato in una corale di musica antica avevo 18 anni. Era una corale di Monterotondo (Bs) e mi ci aveva portato mio fratello. Il Direttore mi diceva sempre che dovevo respirare “di diaframma” ed io piangevo perché non ne ero capace… Allora ero nei soprani. Poi ho cantato in un coro gospel per tanti anni. I “Jazz & Many” sono stati una scuola per me dal punto di vista umano perché ho visto e raccolto la gioia di cantare insieme per il gusto di farlo, per condivisione, per preghiera. Era davvero una bella squadra. Lì ho scoperto che anche a livello vocale il gospel era vicino al mio modo di cantare. Insomma un amore nato e mai finito.
 
I ragazzi del coro hanno la possibilità di trarre molto da voi professionisti... come valuti questa collaborazione, credi che anche i ragazzi possano trasmettere qualcosa a te, a voi? 

Assolutamente sì! E mi riallaccio alla risposta precedente. I rapporti umani, quelli sani e genuini sono linfa vitale per la voce! O almeno per me. Quando canto con i ragazzi della “Valla” mi piace girarmi spesso verso di loro a guardarli. Sono bellissimi. Ed è bellissimo incrociare i loro sorrisi e percepire la loro emozione sul palco. E questo succede ogni volta, sai? Personalmente mi sento parecchio unita a loro, anche prima e dopo i concerti si continua a rimanere in famiglia. Infatti sono tutti molto ospitali. E poi sono migliorati un sacco! Vabbè io sono anche di parte…ci canto, è ovvio che li adoro! 
Quindi, per rispondere alla tua domanda, ti dico che tutti loro mi trasmettono energia, quella che magari dopo tanti anni che si fa musica per professione, rischia di trasformarsi in consuetudine.

Qual'è il tuo rapporto col Gospel, la musica del Signore? E' un mondo che per te rappresenta solo una forma di espressione artistica, oppure attiene anche alla tua fede? 

Rispetto alla sua tradizione che appartiene alla comunitą afroamericana e alle sue radici, noi occidentali credo che stiamo cambiando e personalizzando il modo di fare Gospel. In quest'ultimo mi ci ritrovo. 

In che modo credi che noi occidentali stiamo cambiando e personalizzando il linguaggio del gospel? In che cosa ci differenziamo rispetto alla tradizione afroamericana? 

In una società consumistica e del benessere come quella in cui viviamo oggi, cantare testi che sono stati ispirati da condizioni di profondo disagio sociale, sofferenza ed emarginazione significa farlo con sentimenti molto diversi, probabilmente privilegiando l’aspetto musicale rispetto all’aspetto testuale. Noi personalizziamo il linguaggio del gospel ispirandoci a nuove tematiche, oppure cercando di immedesimarci a nostro modo in situazioni vissute e raccontate dal popolo afroamericano. E’ comunque solo il mio punto di vista. 

Bisogna credere, in Dio o in qualunque cosa, per esprimersi appieno in questa tradizione, in questo linguaggio artistico? (domandone filosofico... :-) ) 

Non penso sia fondamentale. Però aiuta. 

Il canto, che sia una forma di "preghiera" o meno, si appoggia costantemente sull'emozione, sull' esigenza e lo scopo di trasmettere un'emozione. Quanto c'è di emotivo, di istintivo, di "pancia" nel tuo modo di cantare, e quanto c'è invece di regola, di tecnica? 

Solo ed esclusivamente emotività. Ho acquisito la tecnica vocale per compensare la mia insicurezza caratteriale. Attraverso la tecnica ho trovato il coraggio di espormi a livello emotivo. 

Quanto, e in che proporzione, contano i due aspetti nella formazione di un cantante? 
La tecnica vocale intesa come controllo del proprio strumento e non esibizione di virtuosismi, penso che sia fondamentale per una buona espressione artistica. 

Una volta che, da parte di un cantante, la tecnica è acquisita... si può dire concluso il percorso "scolastico" di un'artista, a favore magari degli aspetti legati all'interpretazione, all'emotività etc... Oppure la tecnica, la teoria, la pratica vocale vanno curate e implementate quotidianamente?


Non è facile per me rispondere a questa domanda. Penso che la tecnica vocale non sia un fine ma un mezzo per riuscire a trasmettere la propria emotività in un modo efficace e senza farsi del male. Si può cantare senza emotività e solo con la tecnica oppure senza tecnica e lasciando spazio libero all’interpretazione, tanto è vero che tutto questo lo troviamo e sentiamo quotidianamente. Ti posso dire cosa faccio io. Io ho studiato tanto la tecnica vocale perché sapevo in che modo volevo esprimermi. Ciò non significa che io abbia finito la mia ricerca. L’amore per la voce e per la musica mi porta a continue scoperte, che mi fanno pensare che non ci sia limite all’arricchimento del proprio bagaglio culturale musicale, nonostante io pensi di avere stretto un ottimo rapporto con la mia emotività. 
Credo che ognuno di noi cantanti si ponga un obiettivo a livello vocale, anche inconsapevolmente. Cercando il proprio linguaggio a un certo punto la ricerca della tecnica si ferma, come una persona che pensa di aver mangiato a sufficienza. Penso che sia invece molto più difficile la conoscenza della propria emotività e l'avvcinamento ad essa, ma qui si entra in un campo che non mi compete. Inspira espira inspira espira. 

Si può essere bravi cantanti, ma mediocri "strumentisti", mediocri "tecnici" della voce? 

Si certo. Adoro le voci sporche, fumose, ovattate, roche, ingolate, nasali, monocordi, sbagliate, purchè intonate. Le stonature mi fanno venire l’orticaria, anche quando le faccio io!! :D 

Quali sono o quali sono stati i tuoi modelli di riferimento? In quale tradizione affonda 
le radici la tua dimensione artistica? 

Ammetto di avere un amore sconsiderato per il blues e per il rhythm and blues. Ho sempre amato le belle voci, da Stevie Wonder a Mariah Carey, da Aretha Franklin a Frank Sinatra, e tanti altri. Ho dato la priorità alla bellezza dello strumento vocale e alle melodie che più mi piacevano all'ascolto. Da una decina di anni però la mia attenzione si è spostata più ai contenuti delle canzoni, all'espressivitą di chi canta che cosa, e allo studio di ciò che il mio orecchio ha sempre trascurato, scoprendo così anche nuovi aspetti della mia voce che prima non conoscevo. Perchè...di studiare non si finisce mai... 

La tua biografia è ricchissima di esperienze e importanti collaborazioni, di incontri e occasioni di sperimentazione. Qual'è l'esperienza che ha significato di più sul piano artistico, e qual'è quella che invece ha rappresentato di più dal punto di vista umano? (Ammesso che le due non coincidano) 

Non posso non dire che per me, professione cantante, conoscere e cantare per Mina non possa essere stato l'evento più importante. Sono riuscita anche a rispondere a una sua domanda con due monosillabi... Mentre la guardavo mi scorreva davanti agli occhi la sua biografia.. e sentirla canticchiare ad un metro da me è stato semplicemente indimenticabile. Sono tante le esperienze musicali che mi piacerebbe raccontare. Quando ho fatto la tournée con Renato Zero ho pensato che stavo realizzando il sogno della mia vita e non mi sembrava vero, ma il tour si chiamava "Il sogno continua"... :). 
Per parlare delle mie esperienze e di quello che mi hanno dato avrei bisogno di tanto spazio tempo e spazio. Attenzione, non perchè siano tante, ma perchè avrei tanto da raccontare. 
In realtà ogni volta che canto arricchisco il mio bagaglio. Quando canto con gli amici e mi sento in famiglia, quando con una band c'è il feeling, quando devo stare attenta a non sbagliare una nota, quando registro in studio, quando canto all'asilo di mio figlio con gli altri bambini (<3). L'importante è cantare, perchè è come dipingere, scrivere, costruire. E' come parlare, ma con qualche fiocchetto in più! L'ultimo lavoro che ho fatto sono state due puntate di Zelig. 


Non mi divertivo così da parecchio tempo, ma non pensiate che dietro non ci sia tanto lavoro, anche solo per fare bene i cori. A proposito di famiglia, che con la Corale Valla mi ci sento, in famiglia, l'ho detto?? 

Riguardo alla tua esperienza con Mina e Renato Zero, come sono questi immensi personaggi sul piano umano? 

Mina è stata molto carina con me. Se pensi che non ha mai nemmeno incontrato molti dei grandi artisti con cui ha duettato, perché ha registrato a casa sua e ha poi spedito la track, è stato un privilegio cantare in studio con lei al mixer. Era divertita mentre ci registrava, o almeno mi sembrava. L’ho sentita canticchiare ad un metro da me mentre ci spiegava che voce voleva che registrassimo, e nell’immediato mi si sono alzati i peli delle braccia. L’ho trovata semplice, per quanto possa essere semplice MINA…. Renato Zero è immenso. Lui si ama e questo traspare. E ama la bellezza, è un esteta allo stato puro. Ricordo che mi chiese se mi truccavo da sola e se truccavo io anche le altre coriste, perché gli piaceva il mio modo di truccarmi. E poi mi fece vedere la sua super valigia trucchi con le lampadine intorno che gli avevano regalato a Milano e di cui andava fiero. Così come va fiero del fatto di occuparsi da solo del suo “Trucco e Parrucco”! E poi ci chiamava “amore”. …Impagabile. 

Ti è mai capitato di esserti fatta o di avere avuto un'opinione preventiva, su un grande artista con cui hai collaborato, ma che poi è stata smentita, tanto nel bene quanto nel male, allorchè poi siete venuti a una conoscenza diretta? (Della serie: "ma guarda che stronzo questo...non credevo" oppure " tò, sembrava così antipatico/a...e invece...") 

No. Gli stronzi sono rimasti stronzi e i simpatici simpatici. Però avevo un grosso puinto di domanda sulla signora Mazzini, proprio perché non si vede e sente da tempo in tv. Ero curiosa. E sono rimasta molto positivamente colpita. Mi sono scordata di chiederle se voleva adottarmi… 

Riveste anche una certa importanza, nella tua quotidianitą professionale, l'insegnamento. Cosa fa, di un insegnante, una brava insegnante? 

Insegnare canto mi piace. Ricordo che quando chiesi alla mia insegnante di canto se fossi in grado di insegnare anch'io lei mi rispose che nessuno nasce maestro, e decise di farmi crescere in questo senso. Devo a lei, Giulia Fasolino, i miei allievi e tante delle mie collaborazioni musicali. Non voglio avere la presunzione di dire come deve essere un bravo insegnante... Ogni volta che un insegnante di canto apre bocca si apre una guerra tra colleghi. Ho studiato e continuo a farlo, adoro i miei allievi, con cui cerco di instaurare un rapporto di amicizia sempre, e auguro loro di andarsene quanto prima, pronti per prendere il volo, e tanti lo fanno. Questo mi basta. 

Com'è cambiato negli anni il rapporto dei giovanissimi con la musica e con l'apprendimento musicale? 

Quello che sento è che c'è più talento ma meno cultura. La bravura di un'artista sta nel trasformare il proprio bagaglio culturale in uno stile personale. Se si ha poco da cui attingere si farà molta più fatica a trovare un linguaggio. Vedo una bella rinascita del jazz negli ultimi anni, ed è un segno di speranza. Ovviamente sto parlando di chi si approccia allo studio della musica e dello strumento e non di chi la musica l'ascolta. 

Quanto incide il "modello reality" (X factor, Amici...) sulla percezione che si ha della musica, o meglio, della professione musica? Da professionista pluriennale quale sei, credi che l'idea di un successo facile veicolata da certi programmi danneggi chi, come te, si è costruito una carriera giorno per giorno, sacrificio dopo sacrificio? 

Anche quello è un segno. La musica è entrata in crisi da tempo. La televisione no. 
Ecco perché credo si cerchi di sfruttare il programma televisivo per vendere un po' di musica. Ma ricordiamoci che la tv fa spettacolo, e vince il personaggio. Se questa è l'ambizione di una persona è giusto che ci provi, ma senza illusioni. 
Io faccio esattamente quello che mi piace. 
Ho fatto sacrifici, si, ma l'ho voluto io. Chi canta per la semplice gioia di cantare, avrà la strada che si delinea davanti ai piedi da sola. L'unico suggerimento che vorrei dare ai giovani è quello di farsi sempre consigliare da qualcuno con esperienza, la fregatura è dietro l'angolo... 

Tuo figlio ti dice che il suo più grande sogno è quello di essere un cantante. Qual'è il primo consiglio che gli dai, e qual'è il primo "avvertimento" ? 

Mio figlio farà il notaio. ^_^ Scherzi a parte, io disilludo tutti. E' difficilissimo vivere di sola musica, per cui consiglierei a mio figlio di ascoltare tanta vecchia e buona musica, di studiare tecnica vocale e di imparare a suonare uno strumento. E poi di provare a fare esperienze musicali di vario genere, per capire in cosa riesce meglio e cosa gli piace di più. E poi lo costringerei a studiare per essere pronto a fare altro nella vita, proprio perché, come ho detto prima, è difficilissimo vivere solo di musica. 

Qual'è la tua idea di realizzazione artistica? Ti senti una persona realizzata? 
Quando avevo 15 anni cantavo le canzoni di Ramazzotti con gli occhi chiusi immaginando di fargli da corista nei concerti dal vivo e pensavo: "nella vita vorrei fare la corista con i cantanti famosi". 

Secondo te mi sento realizzata? :D


Matteo Picco

giovedì 28 aprile 2011

Le nostre interviste: TONY GUERRIERI

Tony Guerrieri
Classe e signorilità: ecco cosa riaffiora alla mia mente quando ritorno indietro col pensiero a qualche settimana fa, al mio incontro con Tony Guerrieri, ad un momento in cui ho avuto ancora la preziosa possibilità di conoscere un artista, un gentleman della musica, di arricchirmi di un nuovo tassello di questo bel puzzle che si sta sempre più delineando, intervista dopo intervista. E tale ricchezza, la vorrei ancora condividere con Voi.


Tony, come nasce e si sviluppa il tuo rapporto con la Corale Lorenzo Valla?

Il rapporto con La Corale nasce dall'amicizia che si è creata con Francesco.
Parlando del più e del meno si è sviluppato un concetto che ci vede concordi: nella maggior parte dei cori “amatoriali” l'aspetto tecnico viene sempre penalizzato. Questo fa sì che i componenti del coro stesso, pur di accontentare le richieste del Direttore, cerchino di riprodurre sonorità che il più delle volte sono il frutto di sforzi immani, con conseguente arrivo alla fine delle prove senza voce. Ho trovato l'atteggiamento di Francesco umile e costruttivo, e da qui la richiesta di provare a lavorare insieme per seguire il Coro negli aspetti tecnico-vocali. Tengo a sottolineare che ciò che ha fatto Francesco, dovrebbero farlo tutti i direttori di cori amatoriali, in quanto con la voce non si scherza: una volta rovinata, non si può sostituire!

Che tipo di percorso didattico è in atto coi ragazzi del Coro?

Con i ragazzi, che approfitto per salutare anche da qui, siamo partiti dalla fisiologia dell'apparato fonatorio: in poche parole è come se avessimo studiato insieme il “libretto delle istruzioni” della propria gola, in modo da renderli più consapevoli di ciò che usano e si apprestano sempre meglio ad usare, e poi siamo passati alla pratica provando le principali emissioni, gli attacchi...fino a lavorare direttamente sul portamento e sulle intenzioni da dare ai vari pezzi. Un lavoro molto affascinante, ed è bellissimo sentire e vedere l'entusiasmo nei loro occhi, soprattutto quando avvertono anch'essi quando qualcosa cambia in positivo!


Qual'è il tuo consiglio per chi si vorrebbe accostare a questo genere musicale, vocale, che affonda la sua essenza nella spiritualità?

Il mio consiglio, soprattutto per chi lo fa a livello amatoriale, è quello di iniziare per passione e con passione, avendo però la pazienza di fare sempre qualche lezione di canto con i relativi esercizi, in modo da non finire le prove sempre con la voce affaticata, altrimenti la passione svanisce e si recrimina sempre sul fatto che si canta ciò che non è per le proprie possibilità. Cantare non è uno scherzo, a qualsiasi livello lo si faccia: è importante avere un minimo di conoscenza di ciò che ci si appresta a fare, dopodiché...via libera alla voce.

Veniamo a te... Quando hai capito che il canto poteva essere una vera e propria vocazione artistica e professionale?

Devo fare una premessa: la musica è sempre stata nella mia vita, sin da quando ero bimbo, allorché, a cinque o sei anni, giocavo a “fare la radio” coi dischi di casa. Poi crescendo rubavo i dischi ai miei amici che ne avevano di più; tra l'altro mio padre era un orchestrale e mio fratello suonava la chitarra. Abitando in un paese di mare, spesso mi ritrovavo nelle classiche “chitarrate da spiaggia”, in cui mio fratello suonava e io cantavo. Devo dire che però all'inizio ero più attratto dalla musica suonata da altri, piuttosto che cantata da me... ho fatto anche lo speaker radiofonico, per intenderci.. Quando mi sono trasferito a Varese, una sera mi hanno proposto di fare una “serata”, e da li è partito tutto. Ho avvertito un trasporto che non avevo mai avvertito prima, per nulla.

C'è stato un momento in cui hai avuto un riscontro da parte di qualcuno o qualcosa che ti ha fatto pensare “ok, questa è la mia strada” ?

No, anche perché all'epoca ero così presuntuoso che, constatando che il canto mi “veniva bene”, capivo da me, presuntuosamente appunto, che il canto fosse la mia strada. Certo, avevo un riscontro positivo da parte dal pubblico, ma direi che è nato tutto da un atto di presunzione e di sfacciataggine, da cui poi mi sono decisamente discostato, studiando il mio strumento e con l'umiltà di mettermi in discussione... cercando di volta in volta le conferme che fossi sulla strada giusta.

con Fiorello - W RADIO2

Veniamo, più nello specifico, alla tua ricca biografia, da cui ricordo, tra le moltissime esperienze, quella pluriennale come corista in Rai e vocal coach a Sanremo, l'apertura dei concerti di Brian Ferry... ma sono davvero innumerevoli : quale esperienza ti ha dato di più artisticamente e quale invece ti ha arricchito di più sul piano umano?

Mio papà diceva “ E' meglio essere l'ultimo dei professionisti che il primo dei dilettanti”... sicché a parte i primi anni di dura gavetta, di cui serbo un ricordo splendido, l'arricchimento più importante ha iniziato a subentrare quando ho fatto il così detto “salto” di qualità professionale, quando ho iniziato a collezionare esperienze importantissime sia sul piano umano sia su quello artistico. Forse quella più imprescindibile è stata l'incontro con i “Sottosopra”, Paolo Botteschi, Pino Di Pietro, Chicco Gussoni, Nano Orsi e Lorenzo Poli. Costoro sono stati e sono per me fondamentali, mi hanno insegnato e fatto capire una infinità di cose, e senza di loro non avrei potuto affrontare quello che poi è venuto, come ad esempio l'esperienza in Rai. Ecco i ragazzi mi hanno fatto fare un bel “bagno di umiltà”, facendomi capire che cosa significhi essere bravi, senza sbandierarlo in giro, ma dimostrandolo quando c'è da dimostrarlo. I Sottosopra hanno significato, per me, la possibilità di coniugare al meglio l'aspetto umano con quello artistico, sono musicisti straordinari, sono la mia band di “lusso”, rappresentano un enorme privilegio artistico, ma sono anche i miei migliori amici, e tutt'ora so di poterVi contare sempre.

con i Sottosopra

Marzullo moment: sono il carattere e la personalità a forgiare un artista, o è l'arte a plasmare il carattere di una persona?

In base alla mia esperienza personale, il carattere mi ha aiutato ad avere e mantenere la tenacia di perseguire il mio sogno. L'arte, anche se a piccole dosi, mi ha sempre dato la forza di credere in ciò che faccio. Tra Arte e personalità c'è un rapporto di scambio reciproco. Credo che l'importante sia capire quando sei sulla strada giusta e quando non lo sei, o quando il treno è semplicemente passato, e in questo è il carattere ad essere determinante.

Quali sono stati e quali sono i tuoi riferimenti artistici principali ?

Io sono cresciuto a pane e Beatles... poi la mia fame di sapere mi ha spronato a fagocitare ogni tipo di musica, ne approfitto per scusarmi con tutti coloro a cui ho “rubato” dischi. Invece dal punto di vista vocale, ce ne sono tanti, seppur il mio modello più importante sia Stevie Wonder. A mio avviso, comunque, l'insegnamento e il riferimento provengono da chiunque canti bene. Per “cantare bene”, però, non alludo solo alla tecnica, che ovviamente ci deve essere. Io mi riferisco anche a quel qualcosa che non tutti i cantanti sanno trasmettere, perché non è facile farlo, a prescindere dalla bravura “estetica”. La voce è strettamente connessa all'emotività, alla vita interiore, fatta di emozioni, esperienze vissute... che una persona si porta dentro e che non è facile infondere nel canto. Ci vuole una qualità che può essere innata, ma che si può anche acquisire, cercando, nei tre minuti in cui si esegue un brano, di porre sempre se stessi, la propria anima. Ecco questo rappresenta, per chi ascolta e “impara”, un riferimento artistico ed un modello fondamentali.

Lavorando con grossi nomi, ti è mai capitato di lavorare con personaggi di cui avevi una certa immagine, una certa opinione, e che magari erano anche tuoi modelli di riferimento, che poi però si sono rivelati una delusione alla prova dei fatti?

Guarda, è capitato, però preferisco non fare nomi, anche perché poi se ci si rincontra... sai, questo lavoro è fatto anche di diplomazia. E' capitato e capita, non solo ad alti livelli, ma anche nel piccolo, di incontrare persone che sembrano brave, ma che poi scopri essere poca sostanza e molta apparenza. Sta a te fare una scrematura tra chi è veramente bravo, e chi crede solo di esserlo.

In questo senso ti porgo una domanda che è ricorrente nelle mie interviste di genere: si può essere bravi artisti ma persone mediocri?

No, anche se poi possiamo discutere su cosa si intende per “arte” e su quanto, di ciò che una persona mostra di sé, coincida con la sua vera essenza. Ci sono persone, anche celebri magari, che hanno però grosse difficoltà a rapportarsi agli altri, perché c'è una chiusura o una timidezza di fondo che le fa apparire mediocri sul piano umano. Persone che magari riescono a essere vere, autentiche, solo quando si esibiscono, e di cui si scopre la vera pregevolezza solo sul palco, e queste sono a mio avviso la maggior parte. Poi invece ci sono personaggi mediocri sotto il profilo umano e che rimangono tali anche sotto quello caratteriale.

Qual'è il tuo prossimo obiettivo, la meta artistica più vicina, visto che non si arriva mai e non si smette mai di porsi obiettivi?

Mi piacerebbe tantissimo riuscire a fare ancora quelle esperienze che, da musicista, ti capita di fare poche volte nella vita...sai, essendo scaramantico rimango sul vago! Quando ho iniziato, volevo diventare il cantante più bravo e famoso del mondo, poi crescendo ho cambiato visione, e ho capito che si può cantare e fare musica in moltissimi modi, a prescindere dalla fama, e ricevere moltissime soddisfazioni. Fare il corista, ad esempio, non è affatto degradante sul piano artistico, specialmente quando lo si fa ad altissimi livelli, e ti regala un'enorme soddisfazione, che si esprime nella consapevolezza di aver fatto un lavoro di squadra, assieme ai musicisti, all'artista solista, al direttore d'orchestra, che magari alla fine di un concerto si rivolge a te con quella gratitudine che vale molto più di un riflettore. Ecco, mi pongo come obiettivo quello di continuare a vivere questo tipo di appagamento, artistico ed umano.

con la Corale Valla on Stage

Non ti capita mai di pensare, quando sei sul palco a fare i cori a chi magari vale meno di te, “ cavoli, ci dovrei essere io al suo posto...”?

Questo è il pensiero di molti coristi, non perché lo si viva come frustrazione, ma perché il corista vive una condizione un po' particolare: a differenza di molti solisti, ha una marcia in più. Il solista è difficile che riesca a fare bene il corista, mentre il corista può fare tranquillamente anche il solista, è più completo, ha un visione della musica più aperta . E' ovvio che, quindi, quando da corista ti capita di fare da supporto a chi non vale nulla, arrivi a provare un senso di rivalsa. Ma la si deve prendere con intelligenza, con filosofia, senza rabbia o frustrazione, perché spesso nella vita le situazioni dipendono dal caso, non solo dal merito o demerito di chi le vive. Oggi è capitato a me di stare nelle “retrovie”, domani magari capita a te. L'importante è fare bene, dal punto di vista artistico, qualunque lavoro ci si ritrovi ad affrontare, in qualunque posizione.

Cosa vuol dire fare musica oggi in Italia? (altra domanda ricorrente in questo spazio)

Fare musica oggi in Italia è davvero mortificante, perché viviamo in un paese che non tutela, non protegge e non valorizza l'arte. Vivi in una realtà in cui il gestore di un locale, se ti proponi per una serata, ti chiede quanta gente gli porti; un paese dove c'è la moda delle tribute band, dell'emulazione del “già fatto”, della non originalità, con la conseguenza che chi invece propone cose proprie, stenta nel farlo e incontra la refrattarietà di molti addetti ai lavori. E questo è davvero un peccato, se pensi che all'estero, invece, siamo apprezzati proprio per il nostro bel canto, per la nostra peculiarità, originalità. Mi è capitato di fare all'estero serate con il tutto esaurito, in luoghi in cui si tributa alla musica e alla cultura in generale molto più rispetto, molta più attenzione, e quindi molto più sostentamento. Cosa che ovviamente si riflette positivamente sull'offerta che poi gli artisti sono in grado di dare, in termini di qualità e numeri. Qui invece ti capita di suonare in posti in cui ti devi cambiare in bagno, ingaggiato da chi magari guarda solo a quante persone ci sono nel locale quella sera...

Essendo così duro, questo mondo, questo ambito professionale, come si può conciliare una vita “d'arte” con le esigenze della quotidianità, di una famiglia da mantenere ad esempio?

Sai, una volta che si entra in un determinato “giro”, si ha più possibilità di fare musica, arte, in maniera continuativa e soddisfacente dal punto di vista economico. Bisogna però continuare a studiare e migliorarsi proprio per rimanere nel “giro” e continuare a essere competitivi. In questo senso bisogna variare la propria attività, accostare all'aspetto artistico, che ha il suo linguaggio e le sue esigenze, quello più commerciale, lavorativo, ad esempio con l'insegnamento, che ha altri ritmi e magari altrettante soddisfazioni, e che magari ti consente di occuparti meglio, dal punto di vista economico per lo meno, della tua famiglia. Bisogna trovare un equilibrio, una via di mezzo che ti consenta di affrontare la tua vita privata e quella artistica senza che l'una vada a discapito dell'altra, in modo che entrambi gli aspetti godano della stessa attenzione e dello stesso impegno.

Per quanto concerne l'insegnamento, che occupa una parte molto importante della tua vita, qual'è lo stato dell'insegnamento e dell'apprendimento oggi in Italia? C'è stata un'evoluzione o un'involuzione rispetto agli anni passati?

In Italia c'è una grossa diatriba tra il così detto canto pop, e il canto classico, e relativi ambiti di insegnamento, diatriba alimentata molto dal mondo classico, che tende a porre sempre il proprio linguaggio come più “alto” ed importante rispetto ad altri, considerati un po' l'espressione del mondo delle “canzonette”. Per fortuna ultimamente, vista l'affermazione dei nuovi linguaggi e l'apporto di chi la musica la studia dal “di dentro”, le cose stanno cambiando e ogni ambito vocale sta riaffermando e riguadagnando la propria specificità e la propria importanza. Lo studio della tecnica e dello strumento “voce”, a cui il professor Franco Fussi, ad esempio, ha dato un impulso enorme, stanno contribuendo ad affermare il concetto che non esiste un canto superiore e uno minore, uno stile migliore e uno peggiore, ma semplicemente stili diversi, diversi colori e diversi codici, tutti parimenti dignitosi e meritevoli di essere studiati e insegnati.


E questo cambiamento ha un'incidenza sul mondo dell'insegnamento, su quelle realtà scolastiche che sono molto ancorate al mondo della tradizione?

Fortunatamente si, il cambiamento comincia a prendere forma. E' però un cammino molto lento, soprattutto perché ci sono molti sedicenti insegnanti che, al di la dell'aderenza ad una tradizione piuttosto che ad un'altra, si improvvisano tali solo per “portare a casa la pagnotta”, che non sono aggiornati, preparati adeguatamente sulle nuove tecniche e metodologie, e non capiscono che la voce è uno strumento prezioso, che una volta rovinato, ripeto come all'inizio, non si riprende più.

Tu come ti poni nei confronti dell'argomento reality musicale, che negli ultimi anni si è inserito a forza con la sua pseudo didattica nel mondo del canto e dell'insegnamento?

Molto male. Si sta rovinando una intera generazione di cantanti. Sai quante volte mi capita, nel mio ambito di insegnamento, di rapportarmi a ragazzi e ragazzini che hanno l'obiettivo del reality, che ne hanno assorbito tutto il linguaggio e la mediocrità? Moltissime. E faccio loro capire che la musica, il canto e l'insegnamento sono ben altro rispetto alla propaganda della televisione, un ambito in cui si spacciano per insegnanti persone che insegnanti non sono, in cui si usano termini e si vantano meriti inappropriati, in cui subentra solo l'argomento denaro e si accettano determinate condizioni che valgono solo per quell'ambito, e nei confronti delle quali io sono estremamente critico.

Sono più i cattivi maestri o i cattivi allievi?

Questo è Marzullo... -ride- Guarda, io do sempre la colpa al maestro. Tu puoi avere anche un cattivo allievo, ma sta alla tua bravura e alla tua responsabilità farlo diventare bravo, altrimenti gli anni e l'esperienza a cosa servono?

Che cosa vorresti che un allievo si ricordasse di più dell'esperienza lavorativa con te, cosa ti piacerebbe che imparasse di più da te?

Mi piacerebbe che ricordasse di aver scoperto la gioia del canto, senza essersi preso troppo sul serio, ma essendosi divertito molto, perché il canto deve essere soprattutto gioia e divertimento, che tu lo faccia ad un karaoke o in un teatro prestigioso... l'importante è che un allievo trovi la capacità e la gioia di essere sempre se stesso, e come dicevo sopra, essere se stessi per tre minuti e mezzo non è facile...

E invece che cosa vorresti che si ricordasse di più di te, umanamente?

Vorrei che si ricordasse che sono una brava persona...il resto non mi interessa.

E tu lo sei?

Beh, non lo devo dire io... non puoi accontentare tutti, non puoi piacere a tutti, sicuramente sto sullo stomaco a qualcuno....l'importante è che in generale si ricordi che non sono poi tanto male....


matteo picco

mercoledì 30 marzo 2011

Le nostre interviste: CLAUDIA D'ULISSE

Claudia D' Ulisse 
Alle volte capita di avere la fortuna di conoscere persone semplici. Semplici nella loro straordinarietà, nella gioia e nella bellezza che traspare dall'avere un talento unico, personale, una voce, e dalla voglia di usarla per parlare al cuore di chi, questa voce, ha la fortuna di poterla ascoltare, tante volte magari, anche in questo momento, come sto facendo io... 


Claudia, quanto un artista, una cantante nella fattispecie, è consapevole del proprio talento e quanto serve esserlo? 

Claudia) Secondo me tanto. Quando un'artista prende coscienza del proprio dono, ne diviene di conseguenza consapevole, consapevole di averlo e di poterlo donare agli altri. Anche se la consapevolezza per un artista può essere un'arma a doppio taglio. E' una questione di quantità; più sei consapevole, e più è facile riscontrare determinati atteggiamenti nel tuo modo di vivere la musica, meno lo sei, e più emergono quelle caratteristiche dettate da un' arte che si esprime ed “esce” in maniera più autentica, proprio perché inconsapevole. 

E tale consapevolezza è più un merito o un limite, per un artista? Può, ovvero, rappresentare anche un ostacolo in un percorso di crescita che, si sa, non si dovrebbe esaurire mai? 

C) Questo può succedere spesso, quando manca lo stimolo, quando non vi è la possibilità di essere messi di fronte alla necessità di muoversi, di ampliare il proprio dono; per ciò dicevo che può essere un'arma a doppio taglio, perché quando non si è troppo consapevoli di essere artisti, si cerca di esserlo e di diventarlo il più possibile, e quindi ci si dà da fare, e non si smette mai di progredire; ci vuole consapevolezza ma con misura, per cui assieme alla percezione della presenza, della detenzione di un dono, ci vuole anche la consapevolezza che quel dono non è mai sufficiente, non basta mai, e che quindi si deve continuare a “fare”, affinché ogni giorno ci si possa sentire un po' più realizzati rispetto al giorno prima, e così via... - altrimenti si rimane solo artisti “potenziali”...- Esattamente, potenziali ma mai effettivi... 

Senti, tu sei nata e cresciuta in Abruzzo; la tua presenza a Pavia, al Nord, e d il suo - immagino - conseguente cambiamento di vita ha solo ragioni musicali, professionali, o anche “private”? 

C) Entrambe le cose, ma musicali prima di tutto. E' stata la musica a farmi spostare, perché ho avvertito la necessità fortissima di uscire da una certa realtà, dato che nel posto da cui vengo, pur essendoci la possibilità di cantare e di esibirsi, i contesti professionali e le situazioni artistiche sono gestiti in maniera differente rispetto a Milano e al Nord in generale; vi è una mentalità di fondo completamente diversa. Qui, bene o male, c'è un maggior flusso di persone che seguono la musica, sicché si trovano maggiori possibilità per poterla “fare” e proporre. Avendo la possibilità di confrontarmi di continuo con altre persone, altri musicisti, ho la sensazione di crescere costantemente e di essere sempre in progressione. 

Che cosa significa lasciare la propria terra per inseguire un sogno? 

C) Significa soffrire tutti i giorni. Ogni volta che torno a casa mia, che sento il profumo dell'aria, che guardo negli occhi le persone che amo...anche solo quando sono in macchina e mi guardo intorno, penso: “io sono nata e cresciuta qui, per quale motivo devo soffrire così tanto per la distanza, per il distacco...” e l'unica spiegazione possibile è il mio amore per la musica, che è la sola cosa che mi ha fatto andare via; quindi stare lontano dalla propria terra, dalle proprie origini (lontano in senso chilometrico) è una sofferenza grandissima. Anche se col passare degli anni tale sofferenza si è trasformata, e ha indotto una sorta di miglioramento nella mia personalità musicale, poiché ho cercato di investire il dolore al meglio, di trasformarlo in energia, in voglia di fare, in mentalità; mi sono detta “se devo stare lontano dalla mia terra, che almeno la cosa abbia un senso”, per cui tutto quello che faccio lo devo fare bene, altrimenti non ne vale la pena, e smette di avere un senso lo stare lontano da ciò che amo, il rinunciare alla presenza delle persone che amo, nelle quali risiede la mia forza; ecco io sono dipendente dalle persone che amo, cosa che, essendo queste quasi tutte giù, difficilmente riesco a sostenere... A volte, quando le cose vanno male, penso “ma chi me lo fa fare...”, quando invece le cose vanno bene, quando sento di aver cantato bene, quando scrivo qualcosa di mio... sopporto meglio il dolore perché penso che in fondo ne valga la pena, è un po' un paradosso. Ma oramai ci sono abituata, faccio i conti con un conflitto interiore costante col quale cerco di convivere, stare lontano da ciò che amo, purtroppo, è una necessità. Di certo le stesse possibilità che mi si offrono qui, le vorrei avere in Abruzzo, con la mia famiglia vicino e con la possibilità di poter contare su una serie di circostanze favorevoli che inevitabilmente influirebbero in maniera positiva sul modo di cantare e su ciò che potrei dare. Purtroppo ciò non è ancora possibile, perché come ti dicevo prima giù non riuscirei più a crescere, a fare musica alle condizioni in cui la faccio qui, a confrontarmi con quei musicisti che hanno scelto strade differenti, modi differenti di inseguire un sogno, quel sogno per il quale io ho lasciato la mia terra. 

Sai cosa, ti voglio fare una domanda che mi espone al rischio del luogo comune, ma che ti porgo comunque perché sono assolutamente certo dell'assenza, invece, di luoghi comuni dalla tua risposta: da qui, si ha una certa immagine dell'Abruzzo, di una certa parte di Italia; si pensa cioè al Centro/Sud come ad una terra dove si vive meglio, dove si apprezzano di più certe cose, dove ci si diverte di più, dove si sa fare un uso migliore della vita. Non è un controsenso, quindi, che la musica, una delle parti migliori della vita, pur essendo vissuta con gioia da chi la fa e la ascolta, sia però poco considerata sul frangente professionale, diffusa e sostenuta meno, e peggio, rispetto a quei luoghi dove magari vi è una minore inclinazione e predisposizione al senso di musicalità? 

C) E' un controsenso grandissimo, che però c'è da sempre; in Abruzzo, nel Centro/Sud, al di là delle grandi strutture e delle grandi produzioni, ci sono in generale poche possibilità di lavorare con la musica, perché c'è un'altra mentalità: quando ti presenti al gestore di un locale e ti proponi con un progetto artistico, questo per prima cosa ti chiede di riempirgli il locale, questa è mancanza di cultura musicale, e presenza di una certa mentalità; il che non è solo prerogativa del Centro o del Sud, perché anche al Nord si vivono questi disagi, qui però c'è una maggiore concentrazione di appassionati di musica, c'è una ricezione diversa. Mi spiego meglio: in Abruzzo c'è una grande presenza di appassionati del mare, della montagna, della buona cucina....di tutte quelle cose che il territorio può offrire e che rientrano anch'esse, in un certo senso, nell'accezione del termine cultura; ma alla musica è data minor considerazione, non perché non ci siano musicisti, o talenti, anzi, forse al Sud ce ne sono molti di più, ma perché non ci sono soldi, o se ci sono non c'è la volontà di investirli in musica, così come magari si investono per la cura e la bellezza di altre cose. Alla musica purtroppo ci pensano solo i musicisti, che però, sempre di più, la vivono soffrendo, e patendo difficoltà e problematiche di cui altrove, all'estero soprattutto, c'è meno riscontro...negli Stati Uniti, ad esempio, dove alla musica vengono tributati maggior rispetto e maggiore serietà, che sarebbe bene ci fossero in maggior quantità anche qui, visto il gran numero di talenti su cui possiamo contare, ma che spesso se ne vanno. Per non parlare poi, a riprova del talento che l'Italia è in grado di offrire, degli artisti stranieri di origine italiana, che sono davvero innumerevoli, ad esempio Pino Palladino, Paolo Nutini, o Michael Bublè. Pensa che la mamma di Michael Bublè è originaria della provincia dell'Aquila. Stiamo parlando di artisti che hanno nel sangue l'Italia. 


Qual'è la tua idea di successo, di affermazione artistica? 

C) Non è detto che il successo e l'affermazione artistica coincidano. Si può essere artisti di successo, arrivare al grande pubblico, alla fama, ma con grandi lacune artistiche, senza una vera e propria realizzazione artistica a priori, cosa che è capitata e capita spesso. Esiste poi il successo artistico, che però deriva da una maturità artistica, e per essere maturi dal punto di vista artistico, beh, è necessario esserlo anche sul fronte personale, caratteriale. 

Ma tu cosa ti aspetti dal tuo futuro artistico, che cosa ti occorrerebbe per sentirti, se non realizzata, quanto meno soddisfatta, appagata artisticamente? 

C) Mi aspetto di non mollare strada facendo. Questo è la cosa fondamentale che mi aspetto da me stessa, e non deluderò le mie aspettative. Invece da ciò che c'è intorno non mi aspetto nulla, perché sono davvero tante le cose avverse, che ti possono potenzialmente remare contro, per cui per quanto tu ti possa sentire realizzata artisticamente, il successo, o la conformità ad un idea generale di successo e di affermazione, non dipende solo da te e dalle tue capacità. Subentrano altri fattori, come una trasmissione televisiva, un disco ben pubblicizzato, l'apprezzamento di una radio, una serie di passaggi obbligati che ti consentono di fare un'evoluzione, ovvero di passare dalla realizzazione della propria arte, della quale fama o non fama si può essere ampiamente soddisfatti , alla divulgazione della stessa, ad un suo apprezzamento da parte del pubblico, ma per farlo non bastano le proprie sole forze, ci vuole anche l'apporto di chi o di cosa è in grado di contribuire alla sua divulgazione. E siccome so che in questo momento arrivare alla massa, intercettare il plauso e ottenere riconoscibilità da parte di un pubblico ampio, è estremamente difficile, cerco di non aspettarmi più di tanto, per non illudermi. Mi aspetto solo di continuare a fare quello che sto facendo, anzi, di fare molto di più anche perché ho capito che cosa mi manca. A me piace cantare, per cui successo o non successo, mi aspetto di cantare...anche solo a casa mia. (ride n.d.r.) 

Hai detto “so cosa mi manca”... che cosa ti manca? 

C) Mi mancano diverse cose, tra cui la spontaneità nel riuscire a scrivere una canzone, la facilità di mettermi su uno strumento e trasformare i pensieri in musica, in armonia, in melodia, in testo. Io dentro di me sento tanto questa mancanza, perché ci ho provato tante volte ma di fronte alle difficoltà e all'impossibilità di poterlo fare ho sempre lasciato perdere. Adesso invece sono in una fase in cui alla consapevolezza di non riuscirci ancora del tutto, vi è la voglia e la determinazione di continuar a provare, di imparare...per cui mi applico e mi impegno molto più di prima, e appena ho un'idea o un pensiero per la testa lo appunto, nella speranza che un giorno si possa ricollegare ad una nota, ad una melodia e diventare una canzone. Per che se avrò la possibilità di lasciare qualcosa agli altri, vorrei poter lasciare qualcosa di mio, un pezzo di me. La voce è importante, l'interpretazione è fondamentale e a volte è persino in grado di regalare una “versione” di un brano riconoscibile tra molte e magari anche più apprezzabile dell'originale... ma una canzone scritta da te, beh, è tutta un'altra cosa, è un qualcosa che resta anche quando tu non ci sei più. 

Che cosa significa fare musica oggi in Italia, vivere della propria musica? 

C) Vivere di musica oggi è un grande lusso. E' estremamente difficile farlo perché è difficile guadagnare con la musica, e questo spesso significa solo “campare”, sopravvivere; diviene quindi difficoltoso mettere da parte qualcosa per investire su se stessi, sul proprio perfezionamento, su un corso di musica all'estero, su un master, sulla propria strumentazione di lavoro, insomma su tutto ciò che consente, se migliorato giorno per giorno, di vivere sempre meglio di musica. E se questo è estremamente difficile qui, nella mia terra è praticamente impossibile. 

Oggi è alla ribalta, anche nel campo musicale, il concetto del reality televisivo. Tu che hai una lunga gavetta alle spalle, fatta muovendo ogni passo scrupolosamente e sacrificando ad essa ciò che sappiamo, che idea ti sei fatta di questo fenomeno? Non credi che veicoli un'idea di carriera non reale, non corretta perché non sudata e costruita giorno per giorno? 

C) Penso che questa cosa abbia contribuito a rovinare l'esistenza e l'immagine della musica nel mondo. Nel reality si da spazio agli aspetti più personali e privati di una persona, a ciò che ciascuno pensa di poter o saper dire...ma non capisco che cosa, la musica, abbia a che fare con tutto ciò. Per me la musica è altro, sono altre le sue dinamiche, ed è anche diverso il modo in cui avviene la selezione naturale all'interno del suo mondo. E' altro rispetto al mondo dei reality che essendo aperti a tutti, fanno credere che chiunque si possa presentare ed essere considerato un artista, un musicista. Invece non dovrebbe essere così. E la cosa allucinante è che si fa credere che il solo modo per fare musica sia quello, quando ci sono autori , cantanti, artisti che lottano e combattono ogni giorno e che ogni giorno si confrontano con le vere selezioni per affermare la propria arte, ben lontano da una telecamera e dall'illusione che solo davanti a questa si possa cantare... 

L'insegnamento ha un ruolo molto importante nella tua vita, come allieva in passato, e come insegnante ora. Che cosa ti ha dato, come allieva, l'insegnamento? 

C) Mi ha dato moltissimo. E i miei primi insegnanti sono stai i miei genitori, che mi hanno spronato a studiare e a conoscere sempre di più il mio dono, la mia voce. Mia madre tra l'altro è un' attrice e fin da piccola io la osservavo su palco, tra i costumi, alle prove... ed ero affascinata da quel mondo, ero sedotta dalla magia che ne emanava. Mio padre invece, anch'egli musicista, fin dai primi anni di scuola mi metteva in mano svariati LP, spronandomi, e quasi obbligandomi, ad appassionarmi ad un determinato genere musicale piuttosto che ad un altro. Mi avrebbe cresciuto volentieri a pane e hard rock, ma dopo qualche anno ho conosciuto tutto il resto! Poi è arrivato il canto, è arrivata la consapevolezza di avere una voce e la voglia di usarla, per cui cantavo costantemente, nelle feste, nei piccoli concorsi, in ogni occasione in cui la voce poteva uscire liberamente. Ho iniziato con le sigle dei cartoni animati della Walt Disney, e poi crescendo si è affinata la tecnica e si è evoluto anche il mio gusto, per cui ricordo le gite a scuola in cui sul pullman cantavo My all di Mariah Carey!! 

Che cosa si insegna nelle scuole di canto, e che cosa invece non si insegna, ma che a tuo avviso si dovrebbe insegnare? 

C) Oltre ad insegnare, si dovrebbe consigliare. Prima di essere insegnanti, siamo persone, che ricevono altre persone che si aspettano sostanzialmente consigli, su come migliorarsi con la voce, su come affrontare il proprio hobby nel canto o la propria professione. La cosa su cui però io sto insistendo molto, è cercare di far capire che non è per forza necessario cantare. Mi spiego meglio: e' vero che tutti, potenzialmente, possiamo cantare, ciascuno è nato per cantare una canzone, la propria canzone, perché il canto è un fatto naturale, un istinto. La cosa però spesso viene fraintesa, la professione cantante presuppone ben altro, e gli allievi non vengono sempre per imparare, ma per sfogarsi e per farsi ascoltare, poco consci del fatto che l'insegnante di canto non è uno psicologo. Che cosa si deve insegnare e cosa no? Beh la cosa fondamentale, al di là della tecnica che è sicuramente successiva, è capire con l'allievo se il canto è davvero un desiderio, un obiettivo di realizzazione artistica e professionale o solo un capriccio. Perché magari una persona capricciosa, poco consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, si infila poi in un reality e diventa pure famosa, perché non trova qualcuno che con obiettività le dica che forse il canto non è la strada giusta, e che magari si realizzerebbe meglio come cassiera al supermercato... - fragorosa risata collettiva...- La professione cantante, l'arte del canto, non è solo un hobby, o uno sfogo naturale. Questa è la prima cosa che andrebbe insegnata. 

Che cosa cerchi in un allievo, che cosa speri di trovare? 

C) La stessa cosa che io ho dato alla mia insegnante, ovvero la gioia di ricordarmi, parola per parola, tutto quello che lei mi ha detto. Una simbiosi artistica totale. Io non ho mai dimenticato nulla di ciò che le miei insegnanti mi hanno dato, sono sempre stata catturata da questo “personaggio”, da questa figura fondamentale che per me è stata il mezzo per arrivare a capire ciò che sono artisticamente. A a queste persone, nelle cui mani mi sono affidata completamente, io ho detto “ok, questa è la mia voce, ditemi quello che devo fare”... Ho trattato sempre il mio insegnante con rispetto e devozione, attenta a cogliere e selezionare poi tutto quello che mi è potuto servire, che mi ha potuto plasmare artisticamente. Ecco io mi aspetto questo da un allievo, e a volte si ottiene, a volte capita di guardare negli occhi un ragazzo, una ragazza, e cogliere in quella gioia, me stessa a quindici anni, quando andavo a scuola di canto per un' ora alla settimana, e quell'ora era per me il momento più bello, in cui potevo farmi rapire completamente dalla musica, in cui mi sembrava di avere tutto dalla vita. 


Il tuo rapporto col Gospel, come e dove nasce? 

C) E' nato nel 2004, quando ho conosciuto il maestro Nehemiah Hunter Brown, un reverendo americano, insegnante della Florence Gospel Choir, con cui io ho fatto un seminario di una paio di mesi, allorché mi sono ritrovata a cantare in un coro di dieci persone, e a mettere in discussione ciò che io pensavo del Gospel, l'immagine che avevo della musica del Signore, che fino a quel momento per me era stata “Osanna nell'alto dei cieli”, la domenica mattina in chiesa. Durante gli incontri, il maestro ci spiegava realmente cosa fosse, cosa sia il Gospel...una preghiera, unita ad una melodia meravigliosa, legata al blues, al soul, generi che tra l'altro hanno sempre smosso in me le emozioni più grosse. E per me è stata un' esperienza straordinaria, in cui ho conosciuto un diverso modo di pregare, ed in cui ho creduto momentaneamente in Dio, uso questa espressione perché io fondamentalmente non sono credente, o quanto meno non da un punto di vista istituzionale, religioso. E' un paradosso, perché io canto Gospel pur non essendo una credente osservante. Però credo nella preghiera, credo nelle persone che pregano. Il fatto che io non preghi il Signore, che non sia una religiosa praticante, non mi impedisce di amare questo mondo, di amare la gente che prega. Io prego per certe cose, non mi rivolgo al Signore, ma mi rivolgo alla Vita, a me stessa, mi rivolgo alle persone in cui credo... 

Per finire, che ruolo giocano le esperienze della vita, quelle emotive, sul canto, sull'interpretazione? 

C) Giocano un ruolo fondamentale. Io capisco e sottoscrivo l'espressione “dimmi come canti e ti dirò chi sei”, perché il canto è lo specchio dell'anima, per cui se sto bene canto bene, se sto male... dovrei cantare male, ma non sempre è così perché nel mio caso la musica spesso compie una magia: dentro di me, riesco a tramutare le esperienze negative, in fattori e stimoli positivi, per cui alcuni stati d'animo, terribili, non hanno mai peggiorato il mio modo di cantare, lo hanno semmai arricchito, migliorato, perché ho capito come trasformare le emozioni dentro di me... le esperienze della vita sono fondamentali, rappresentano la tua storia, il tuo vissuto, ciò che ti fa stare bene e ciò che ti fa stare male, ed in base a cui tu sei la persona che sei, e l'artista che sei... non esistono bravi artisti ma cattive persone, se una persona è cattiva....sotto sotto non ci deve essere molta arte, tuttalpiù una cattiva persona può aspirare ad essere un bravo esecutore, nient'altro. L'arte ti insegna a convertire la cattiveria ricevuta e le brutte esperienze della vita, in un qualcosa di positivo, in una grinta maggiore sul palco, in una maggiore emotività, in una maniera più efficace di arrivare al pubblico. E' come se il canto fosse una sorta di rivalsa nei confronti delle sberle che si prendono nella vita. Il canto mi ha sempre fatto andare avanti, ha sempre rappresentato, per me, l'ottimismo, ha sempre azzerato, in me, la tristezza, e mi ha sempre fatto ricominciare da capo.


Valla Reunion 7 giugno 2010
Claudia D'Ulisse
Victory (©Yolanda Adams)


matteo picco

domenica 27 marzo 2011

Grande festa Italia-Australia "Porte aperte in cascina"

Ci sono occasioni in cui è bello ricordarsi che si possono regalare delle emozioni a chi è meno fortunato di noi...ci sono occasioni - anche - in cui ci si può rendere conto di quanta gioia sia possibile donare a chi è in grado di lasciarsi andare senza essere irretito da una serie di schemi e di convenzioni: chi è in grado di guardare il mondo con gli occhi di un bambino...
Così nasce la nostra partecipazione alla festa organizzata da "Athla ONLUS", e promossa da Gianni Minuti Muffolini, che è stato in grado di creare un evento benefico e coinvolgere tanti artisti per regalare una giornata speciale a questi ragazzi e agli amici australiani.
La Corale ha fatto show...concentrando in una esibizione di mezz'ora il repertorio più "tirato" allo stato attuale dell'arte, e facendo battere le mani, ballare, saltare e cantare tutti gli spettatori della struttura che accoglieva il concerto. E' stato particolarmente bello vedere quali effetti produca il Gospel su una platea per la maggior parte anglofona...ed incredibile vedere quella ragazza australiana che conosceva i brani di Israel Houghton e Yolanda Adams e li cantava a squarciagola sotto il palco, come un "nostro" potrebbe cantare ad un concerto di Vasco Rossi; o come la stessa ragazza rapidamente imparasse i brani di nostra produzione e li riuscisse a cantare al secondo giro del Tema.
Fantastica la prestazione del Coro, seppur con qualche problema tecnico, dovuto al fatto che è difficilissimo accogliere un coro gospel in una situazione "tipo rassegna" di gruppi eterogenei: ma gli sforzi di Gianni, insieme a quelli di Hernan, e di tutti i ragazzi del coro hanno consentito di lasciare una bella impronta all'interno di questa iniziativa promossa da Athla Onlus.


Insieme ai diciotto coristi della "Valla", gli eccezionali Hernan Brando e Claudia D'Ulisse, (a breve on line l'intervista a quest'ultima), cantanti professionisti, ma soprattutto preziosi amici, che fanno parte da oramai circa 4 anni del complesso ingranaggio che si chiama Corale Universitaria Lorenzo Valla!
Questa la scaletta:
- My desire (©Kirk Franklin)
- Lord you are good (©Israel Houghton)
- Feel the Spirit (©Francesco Mocchi)
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Esperienza da ripetere...

domenica 6 marzo 2011

Le nostre interviste: HERNAN BRANDO

In Argentina, in una certa Argentina, quella dei “barrios”, delle strade sterrate ricolme di vita, quella dei giovani che inseguono a piedi chilometri e chilometri di ferrovia per andare a scuola, e dei vecchi che la ferrovia l'hanno vista arrivare per primi, quando ancora il Sudamerica era solo “l'America...”, la musica e l'arte sono la più valida alternativa alla povertà di speranze. Non è insolito, quindi, che un bambino, un ragazzo, un uomo, cresca affamato di cultura, di conoscenza, imbevuto di quei suoni e di quei colori che fanno del Sudamerica uno sterminato e straordinario palcoscenico.

Hernan Brando su questo palcoscenico vi è nato.

Hernan, quindici anni in Italia, un' enorme quantità di concerti in tutto il paese (persino in Vaticano davanti al Papa), anni di esperienza nel Gospel, migliaia di copie vendute della tua canzone “Beneath the sunshine” insieme ai Solo Singers, due dischi ("Gospel Made in Italy", "A different taste") prodotti dalla Warner Music insieme alla Corale Universitaria Lorenzo Valla, concerti con la Omnia Symphony Orchestra del Maestro Bruno Santori, un altro disco di successo con gli Hotel Buenavida entrato nelle più prestigiose classifiche musicali Europee (prodotto da Joe T Vannelli), apparizioni televisive, singoli in radio... insomma, oggi ti senti più un bambino, un ragazzo, o un uomo di musica?

Hernan) Un bambino. Assolutamente. - ride- Penso che il giusto atteggiamento da avere nei confronti della musica sia quello di sentirsi sempre bambini. Quando inizi a credere di essere diventato un adulto, sei già morto... per cui è conveniente credere di essere sempre degli eterni bambini, avere un atteggiamento naif, aperto a tutto quello che la musica ti può portare, per poter lasciarsi sempre meravigliare da essa, anche perché è una strada sempre in salita... (oggi sono un po' filosofo...) - ride-

Musicisti si nasce o si diventa?

H) Questa è una bella domanda...musicisti si nasce e si diventa, entrambe le cose. Non esiste musicista che non abbia avuto una predisposizione genetica, così come succede per altri mestieri e discipline dell'uomo. Si nasce musicisti, ma "bravi" lo si diventa. Non tanto o non solo con lo studio, bensì con il tempo dedicato al proprio strumento anche oltre l'esercitazione... ad esempio sul palco. C'è gente che passa la vita a studiare pur odiando il proprio strumento... costui o costei non diventerà mai un bravo o una brava "musicista", perché la condizione fondamentale per esserlo è quella di amare la musica, e anche le sue finalità...il fine stesso della musica.

E qual'è il fine della musica?

H) Il fine della musica è mettere in vibrazione le corde dell'anima, sollecitare le nostre emozioni a trecentosessanta gradi, tanto quelle belle quanto quelle brutte... quelle che ci trasmettono gioia, ma anche quelle che ci fanno paura...
Questo è il fine dell'arte in generale, ossia portare l'uomo a superare se stesso, attraverso la manipolazione dei sentimenti. Anche la musica serve proprio a questo, a manipolare le nostre emozioni per farci sentire vivi.

Senti, tu hai detto che ci sono musicisti che passano la vita a studiare, odiando però il proprio strumento, o comunque con un atteggiamento di negatività, nei confronti di se stessi e, aggiungo io, anche nei confronti degli altri. Ti chiedo, si può essere bravi musicisti ma cattive persone?

H) No. Questo non è possibile. Se si è una cattiva persona non si arriverà mai ad essere un bravo musicista, perché un bravo musicista è principalmente un comunicatore, e la persona cattiva spesso si trattiene, nasconde dentro di sé alcune emozioni ed alcune parti del proprio io che non vengono espresse, per cui non potrà mai essere un bravo comunicatore, e quindi un vero "Musicista".

Quindi Musica significa anche positività, generosità di sentimenti, e quindi altruismo?

H) Si, ma è anche altruismo verso se stessi. Nella sfera dell'altruismo, poniamo anche come significato di “altrui” anche “il noi stessi”, per cui rivolgiamo la musica anche verso noi stessi.
Se uno, in prima persona, non provasse il piacere di fare musica per il piacere di comunicare sarebbe tutto vano, mancherebbe qualcosa nel processo del “fare musica”, sarebbe un processo incompleto. Bisogna essere realmente sinceri con le proprie emozioni per poterne suscitare altre negli altri.

Si può essere musicisti, cantanti, senza pubblico?

H) Si certo. Ci sono esempi di geni della musica e dell'arte che non hanno mai avuto un pubblico davanti. Diciamo però che la finalità della musica non sarebbe completa in questo caso, perché una delle finalità dell'arte in sé è la condivisione. Ma lo si può essere tranquillamente, musicisti, cantanti senza pubblico. In questi casi non esiste miglior pubblico che se stessi.

Ricordi un momento preciso della tua vita in cui hai deciso di essere un cantante o in cui hai capito che lo avresti voluto essere?

H) Ci sono vari momenti, piccoli grandi momenti.
Mi ricordo quando da bambino mi regalarono il mio primo vinile, per me era un mistero enorme come uscisse fuori il suono da questo pezzo di plastica. Volevo arrivare al segreto nascosto in questo disco, dunque la prima cosa che decisi fu quella di cercare di capirlo. Capire da dove venissero quelle emozioni che provavo, perché quel suono mi “rigirasse” così lo stomaco.
E' stata una specie di scalata, una scoperta graduale in cui una cosa mi ha portato ad un'altra, che a sua volta mi ha portato ad un'altra ancora, di continuo...é così che diventi un musicista.
Ce ne sono stati tanti di momenti in cui ho deciso di "iniziare", così come ci sono ancora oggi tanti momenti in cui si decide di "continuare" ad essere musicisti, anche se questo non è facile.
Anzi, con la crisi socio culturale che stiamo attraversando è forse più difficile decidere di continuare ad essere musicisti piuttosto che scoprire o capire di esserlo.
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Quindi ci sono stati momenti in cui hai deciso di smettere o quantomeno hai pensato che fosse il caso di smettere?

H) Certo. Ci sono stati momenti di pausa, in cui la vita mi ha portato a seguire altre strade, con la sfortuna di diventare anche "bravo" in quello che facevo. Queste “alternative” mi avevano in un certo senso illuso... ma poi alla fine il mio Io più profondo mi ha presentato il conto ed eccomi tornato in carreggiata. Probabilmente se io non avessi avuto queste pause, oggi mi ritroverei ad un punto più inoltrato nel mio percorso di evoluzione musicale, o magari semplicemente non sarei il musicista che oggi sono diventato.

Che cosa vuol dire fare musica oggi, in Italia?

H) Vuole dire sapersi ribellare, saper lottare. Vuol dire credere ciecamente nell'obiettivo artistico e sociale della musica... perché la situazione è davvero difficile, e sempre più difficilmente si riesce a farlo. Diventa sempre più difficile "credere".
Tuttavia quello che stiamo vivendo non è nient'altro che una crisi che precede un cambiamento, e se ci tocca vivere in quest'epoca bisogna farsi coraggio e superare ogni ostacolo, fino a scoprire che la lotta stessa fa parte dell'esperienza artistica.
Contro cosa si lotta?
H) Uuuhhh...contro tante cose; contro gli aspetti più miserabili dell'essere umano. Si lotta contro il tempo, perché oramai la gente non ha più tempo da dedicare alle proprie emozioni. Si lotta contro l'egoismo, contro le persone che non hanno talento e che quindi devono ricorrere a mille mezzucci per affermarsi. Si lotta contro la mancanza di merito.

Ti riferisci ai tuoi colleghi o alla così detta "gente in generale"?

H) Mi riferisco a chiunque manchi di bontà. In particolar modo a tanti "musicanti" in giro per il mondo che non posso considerare "colleghi", perché io chiamo "collega" chi la musica la vive come me, coloro che hanno qualcosa da dire e sanno come dirlo, ovvero i comunicatori, quelli sono i miei colleghi.
Chi considera il proprio ego più importante della propria missione di artista, chi non ha il talento della comunicazione e nonostante ciò si pavoneggia del contrario per poi ricorrere a mezzucci per ottenere ciò che vuole... beh, quelli hanno solo il mio disprezzo... quindi la mia totale indifferenza.
Ecco, bisogna lottare contro la mancanza di meritocrazia. A causa di moltissimi fattori socio culturali tipici di questa società il nostro è un paese divenuto molto arretrato da questo punto di vista. La mancanza di meritocrazia la si vede in ogni settore, e pertanto anche nell'ambiente musicale, specialmente nelle “sfere alte”... è strano come in questa povera e martoriata Italia più si va in alto e più si scopre che c'è meno merito. Prendiamo ad esempio alcune case discografiche: spessissimo (ed è capitato anche a me) il primo contatto tra un discografico e un artista è affidato a figure dalle qualifiche e dalle competenze piuttosto dubbie, persone che magari fino a poco tempo prima hanno fatto tutt'altro nella vita. Ormai chiunque si professa talent scout. Spesso è proprio la loro naturale mancanza di competenza e di sensibilità artistica a non consentire all'artista, magari meritevole, di "superare il primo step all'interno dell'industria" e quindi di essere preso in considerazione da parte dei “vertici”. In questo modo tanti artisti perdono l'opportunità di diffondere la propria arte, proprio per colpa della mancanza di merito (malattia tipicamente italiana) del talent scout di turno. Quante volte la mancanza di talento degli addetti ai lavori ha stroncato (o quanto meno rallentato) la carriera a persone meritevoli? La mancanza di meritocrazia in questo paese ha fatto davvero una strage nella cultura.
Ma le dinamiche stanno cambiando e ci troviamo alle soglie di un cambiamento socio culturale di dimensioni epocali. Presto non ci sarà più bisogno di certa gente e gli artisti potranno diffondere la propria arte in libertà, senza intermediari. Il successo o il fallimento saranno determinati solo dal valore artistico dell'opera, una specie di "selezione naturale". E questa rivoluzione, ormai iniziata, si nasconde tra le trame della rete... Internet.
In questo senso sono molto positivo.

Senti, metà della tua vita l'hai vissuta in Italia, ma ricordi che cosa volesse dire fare musica in Argentina, o cosa pensi che voglia dire fare musica in Sudamerica, un altro mondo rispetto all'Italia e magari anche rispetto a questi difetti strutturali di cui hai parlato?

H) Fare musica in Argentina, ma anche in tutti i paesi sottosviluppati economicamente, significa sperare.
Sperare magari in un riscatto sociale. Significa tirare fuori gli attributi per cercare di cambiare la propria sorte. Questa è una componente fortissima del “fare musica” in Sudamerica e mi riferisco anche alla mia esperienza personale. Fare musica in una terra disagiata significa cercare di cambiare le cose, avere anche uno spirito rivoluzionario, rivoluzionare se stessi, in primis. Vol dire amare la propria terra e al contempo avere il coraggio di lasciarla per un obiettivo nobile e alto.

Quindi pensi che da dove provieni ci sia maggior talento o perlomeno maggior voglia di sviluppare il proprio talento rispetto ai paesi benestanti?

H) Beh si, decisamente, se non altro perché ci sono più argomenti di cui parlare, per cui lottare.
La miseria, da quando l'arte è arte, ha sempre generato nell'uomo la voglia di analizzare il “perché” di essa. L'arte ha anche questa funzione, quella di spiegare alla gente il “perché” delle cose, e quando ci si trova in situazioni di estremo bisogno ci sono molti più “perché” da spiegare.
Questo non vuol dire che nei climi agiati non ci siano menti meravigliose, colme di sensibilità artistiche straordinarie.
L'arte è universale e tale è il suo linguaggio, per cui è riduttivo dire che ci sia più arte in una situazione disagiata piuttosto che in una agiata. E' però una questione di "quantità" di soggetti dedicati all'arte che fa la differenza. Chi è veramente un artista riesce ad esprimere la potenza del proprio messaggio in qualsiasi situazione socio economica si possa trovare, in quanto il messaggio dell'arte è un messaggio universale appunto, a prescindere dal contesto sociale.
Ma di certo nella miseria e nel bisogno c'è più "urgenza" di trasmettere certi messaggi, e di conseguenza è molto più facile trovarvi molti più talenti.

Eppure dalla musica argentina, sudamericana in genere, traspare molta gioia di vivere, moltissima speranza, un forte senso di pace nei confronti dell'esistenza...

H) E' la pace che si trova quando oramai non c'è più alcuna forza se non quella della speranza... molte volte ci si arrende alla realtà, e nella resa si trova la pace, ahimè purtroppo questa cosa succede spesso da quelle parti.
Molta della gioia della musica sudamericana e dettata da una sorta di rassegnata ma serena accettazione. Non tutta la musica sudamericana trabocca di allegria o di gioia di vivere a prescindere da tutto... prendiamo il tango ad esempio, non esiste alcun tango allegro, poiché il tango manifesta la solitudine dell'uomo nei confronti dell'universo, la delusione, i sentimenti più profondi dell'animo umano che a volte coincidono con quelli più brutti.

Quanto c'è in te, nella tua vocalità, nel tuo mondo artistico, di Sudamerica?

H) Ma guarda, io vengo da un paese che è un po' particolare. L'Argentina è un paese molto esterofilo, con le antenne costantemente rivolte verso ciò che succede in tutto il mondo. Riceve molteplici influenze da tutte le parti e quindi anche il suo linguaggio musicale è estremamente contaminato.
Per cui io sono sicuramente influenzato dalla musica tradizionale argentina, ma di più dalla "musica del mondo" che ascoltavo in Argentina.
Il discorso è invece un po' diverso per altri paesi sudamericani per mille altri motivi sociali. Prendiamo ad esempio un cubano: un cubano è musicalmente più "isolato" dal resto del mondo ("isolato" inteso paradossalmente come metafora), ovvero vive molto di più all'interno della propria musica senza troppe contaminazioni (qualcuno potrebbe dire per fortuna!), perché ha forse una tradizione musicale molto più forte e più radicata, sicché è molto più facile trovare un argentino che faccia Gospel piuttosto che un cubano che lo faccia, perché l'argentino cresce ascoltando "anche" il Gospel.

Tu come sei entrato in contatto col mondo del Gospel?

H) Per caso. Come per tutte le cose belle è successo per caso. In principio grazie ad una collaborazione con Luca Orioli (della trasmissione televisiva Passaparola), che ha prodotto “Beneath the sunshine”, il mio primo disco Gospel. Il brano fu presentato con molto successo al Milano Gospel Festival nel 2007 e in quella occasione conobbi Francesco Mocchi, direttore della Corale universitaria Lorenzo Valla, che mi propose di cantare come solista insieme a loro. In seguito a quell' incontro mi si è aperto letteralmente un mondo: due dischi con la Warner, concerti dappertutto, tantissimi concerti che io ricordo uno ad uno... un' esperienza ed una collaborazione che nella mia vita hanno lasciato un segno artistico ed umano profondissimo. Ho conosciuto ciascun membro di questo coro, e con molti di loro è nata una bella amicizia. Le esperienze vissute insieme a questi ragazzi e gli aneddoti che potrei raccontare sono ormai infiniti. Ho sempre ricevuto molto amore da loro e ne ho sempre dato loro altrettanto. Io rispetto il loro lavoro, cerco di capire sempre le loro esigenze. Ho imparato moltissimo dal punto di vista umano in questi anni di musica insieme. Ho ciascuno dei loro sorrisi stampati nel profondo dell'anima, e sarò loro sempre infinitamente grato per aver ricevuto l'opportunità e il privilegio di cantare insieme ogni volta. Ad ogni concerto mi fanno sentire una persona molto fortunata. Non posso che adorarli, tutti e ciascuno.

Che cos'è il Gospel per te, che cosa vuol dire cantare il Gospel?

H) Cantare il Gospel significa...(pausa)

E solo un linguaggio musicale, uno stile?

H) No, non è solo uno stile o un linguaggio musicale. Il Gospel è una musica particolare, perché tira fuori la verità che c'è in te. Non puoi cantare Gospel se in te non c'è il “gene” della ricerca della verità, perché canti alla gioia universale, canti allo stare insieme...canti davvero alla vita, alle cose belle della vita, attraverso un linguaggio formatosi negli anni grazie alla fede, all'esigenza di credere, ma più che di credere soltanto in un Dio, alla voglia di credere in qualcosa: ecco, nel Gospel canti la gioa di credere in qualcosa.

E tu in che cosa credi, soprattutto?

H) Credo nell'uomo. Credo che, nonostante la sua naturale cattiveria, in fondo abbia la la possibilità di superarsi. Credo che un giorno l'uomo potrà essere l'esempio di se stesso; credo che alla fine di questo lungo periodo buio di aggressione verso se stesso riuscirà a tirare fuori il meglio di sé, non solo per la propria salvezza ma anche per quella del pianeta in cui vive.

Senti, per finire, il momento più alto e il momento più basso, sinora, nella tua carriera...

H) Sai che io non ragiono in questi termini? Non mi piacciono i trofei, non mi piace pensare ai momenti di gloria e nemmeno a quelli di sconforto, poiché credo che tanto gli uni quanto gli altri facciano parte fisiologicamente di una carriera.
Se devo proprio scegliere, posso ricordare "attimi" belli e "attimi" brutti: tra quelli belli...ogni volta che vedo che il pubblico partecipa, ecco questo è un piccolo grande trionfo, che siano dieci persone o migliaia non cambia, ogni occasione in cui vedo la partecipazione, la condivisione della musica e del messaggio musicale, è per me un "attimo bello”. Tra gli attimi di sconforto posso citare il periodo in cui facevo altro rispetto alla musica. Durante la pausa di cui ti parlavo mi sono visto allontanato da me stesso per mia stessa scelta e questa è la cosa più brutta che ti possa capitare, non seguire la propria strada. Già, la cosa peggiore è "scegliere" di allontanarsi da se stessi.
Io dico sempre che la felicità è una scelta, per cui bisogna non solo decidere di non allontanarsi da se stessi... bisogna soprattutto decidere di "non essere infelici".

matteo picco